Caffè Letterario
Pungitopo
Semifreddi

Come un gioco

Mi svegliai di soprassalto che passava bassa una formazione. Poi ne passarono altre altissime, poi altre ancora con un rombo diverso. Pareva che andassero in tutte le rotte e a tutte le altezze. Il cielo si era scoperchiato arrovesciandosi con tutte le stelle dietro le colline, lasciando un gran vuoto tenebroso nel quale gli aeroplani si cacciavano in fretta. Non sapevo se altri erano svegli, ma da un capo all’altro del dormitorio non si sentiva nè un fruscio nè un bisbiglio; tutti immobili, morti e già numerati in un bollettino ufficiale. Eccoci qua tutti in fila; mia moglie, mia cugina l’ospite, questa torinese dagli occhi tondi di malaugurio, mia cognata, le tre ragazze con imprigionata in mezzo la fidanzata del fratello, la madre del fidanzato, il fidanzato, e poi un limbo di sconosciuti, giù fino al muro della casupola. È questo un gioco; stiamo tutti qui, l’uno accanto all’altro, giocando a nasconderci e ad aver paura. Gioca anche questo pilota che si ostina a girare sulla vallata col suo balocco di gran lusso. Egli si trastulla con le leve, con le manette, con i quadranti, o non è mai pago di allietarsi alla docilità dei suoi strumenti. Tutto è lucido e preciso: le luci variopinte sono dolcemente smorzate, i metalli luccicano ciascuno al suo posto. I numeri sui quadranti hanno un’ingenuità elementare e una fedele letizia. Le mani si muovono come da se stesse. Non un’esitazione, non un impaccio, ogni gesto trova a ogni istante il suo giusto incavo nell’aria. Non c’è altra legge all’infuori del gioco perfetto degli strumenti. Che cosa fa laggiù tutta quella gente addormentata? La legge è ch’essi passino senza accorgersi dal sonno alla morte se è vero che questo pedale risponde agevolmente al suo scopo. Un gioco è la morte come un gioco è la vita. Essi si sono trastullati a costruire le loro case, pietra su pietra, a una a una battute col martello e spalmate di calce. Con legno, ferro e tessuti hanno messo su i loro letti. Hanno imbandito una mensa, hanno inventato ripostigli da chiudere a chiave, congegni da fermar bene porte e finestre. Hanno appeso quadri alle pareti, disposto ninnoli sui mobili. Sopra un tavolino c’è un libro aperto. Sui davanzali ci sono vasi fioriti. Qui gli uomini passano il tempo a tenersi in vita. Fanno i figli e li mandano a scuola. Abbracciano le loro donne, piangono i loro morti. Gioco per gioco noi ci siamo trastullati a scavare la terra, ad abbattere le foreste, a forzare i fiumi, a riempire di rombi gli oceani e i continenti.

Michele Mancuso, La gente se ne va


Siamo ladri di Gandhi

Voglio dirvi che, in certo modo, siamo ladri. Se prendo una cosa della quale non ho bisogno per mio uso immediato e la tengo, la rubo a qualcun altro. Oso dire che è legge fondamentale della natura, senza eccezioni, che la natura di giorno in giorno produce quel tanto che basta alle nostre necessità, e se soltanto ciascuno prendesse quello che gli è sufficiente e nulla di più, in questo mondo non ci sarebbe miseria, in questo mondo non ci sarebbe gente che muore di fame. Ma fino a quando accettiamo l’ineguaglianza, rubiamo. Non sono socialista e non voglio espropriare coloro che posseggono, ma dico che, personalmente, quelli tra noi che vogliono vedere la luce oltre le tenebre devono seguire questa regola. Non voglio spossessare nessuno. […] Se qualcun altro possiede più di me, sia pure. Ma in tanto in quanto la mia vita dev’essere regolata, dico che non oso possedere nulla di cui non abbia bisogno.
[…] Non-possedere è legato a non-rubare. Una cosa che originariamente non sia stata rubata, deve tuttavia considerarsi proprietà rubata, se la si possiede senza averne bisogno. […] La nostra ignoranza o indifferenza riguardo alla legge divina, che di giorno in giorno dà all’uomo il suo pane quotidiano e nulla più, ha dato origine alle ineguaglianze e a tutte le relative miserie. I ricchi hanno una quantità superflua di cose di cui non hanno bisogno, e che perciò sono trascurate e sciupate, mentre milioni di individui muoiono di fame per mancanza di sostentamento.
Se ciascuno possedesse soltanto quello che gli occorre, nessuno sarebbe nel bisogno e tutti vivrebbero soddisfatti. Così come stanno le cose, i ricchi sono insoddisfatti non meno dei poveri. Il povero vorrebbe diventare milionario, e il milionario multimilionario. I ricchi dovrebbero prendere l’iniziativa di privarsi dei loro possessi allo scopo di diffondere universalmente lo spirito di appagamento. Se soltanto mantenessero le loro proprietà entro limiti moderati, l’affamato sarebbe facilmente nutrito e imparerebbe insieme al ricco la lezione dell’appagamento.
[…] L’eguaglianza economica è la chiave di volta dell’indipendenza non-violenta. Lavorare per l’eguaglianza economica vuol dire abolire l’eterno conflitto tra capitale e lavoro. Vuol dire da un lato abbassare i pochi ricchi nelle cui mani si concentra la maggior parte della ricchezza della nazione, e dall’altro innalzare i milioni di individui nudi e semiaffamati. Un sistema di governo non-violento è evidentemente impossibile fino a quando persiste il profondo abisso tra i ricchi e le moltitudini di affamati. […] Una rivoluzione violenta e sanguinosa è inevitabile, un giorno o l’altro, a meno che non si giunga a una volontaria rinuncia delle ricchezze e del potere che le ricchezze danno, e a una loro suddivisione per il bene comune. […] È vero che è difficile da attuare. Anche la non-violenza è difficile da conquistare.

 

Povertà volontaria di Gandhi

Quando mi trovai trascinato nel tumulto della politica, mi chiesi cosa occorresse per rimanere intatto dall’immoralità, dalla menzogna, da quello che si usa chiamare profitto politico. Giunsi alla precisa conclusione che, se dovevo servire il popolo in mezzo al quale ero stato gettato a vivere e delle cui difficoltà ero testimone giorno dopo giorno, dovevo rinunciare a ogni ricchezza, a ogni possesso.
A dire il vero, non posso dirvi che, quando giunsi a questa persuasione, rinunciai immediatamente a ogni cosa. Devo confessare che il progresso dapprima fu lento. E ora, rammentando quei giorni di lotta, ricordo che all’inizio fu anche doloroso. Ma, col passare dei giorni, vidi che dovevo gettare a mare molte altre cose che solevo considerare mie, e giunse il momento in cui diventò motivo di gioia positiva rinunciare a quelle cose. Allora l’una dopo l’altra, con progressione quasi geometrica, le cose scivolarono via da me. E, dato che sto descrivendo le mie esperienze, posso dire che un gran peso mi cadde dalle spalle e sentii che ormai potevo camminare agevolmente e compiere la mia opera al servizio dei miei simili con grande consolazione e gioia ancora maggiore. Il possesso di qualunque cosa diventò allora un fastidio e un peso.
Riflettendo sul motivo di quella gioia, scoprii che, se consideravo mia una cosa, dovevo difenderla contro il mondo intiero. Scoprii che molta gente non aveva quella cosa, pur avendone bisogno; e che avrei dovuto perfino ricorrere all’assistenza della polizia se qualche persona affamata, colpita dalla carestia, trovandomi in un luogo solitario, avesse voluto non solo dividere quella cosa con me, ma spossessarmene.
E mi dissi: se la desiderano e volessero prendersela, non lo farebbero per alcun motivo malvagio, ma lo farebbero perché il loro bisogno è maggiore del mio. E mi dissi: il possesso mi sembra un crimine; posso possedere certe cose soltanto se so che altri, che pure le desiderano, sono in grado di averle. Ma sappiamo - ciascuno di noi può parlare per esperienza - che questo è impossibile. Perciò, l’unica cosa che può essere posseduta da tutti è il non-possesso, non avere assolutamente nulla. O, in altre parole, una cessione volontaria [...] Perciò, avendo in me questa convinzione assoluta, dev’essere mio costante desiderio che anche il mio corpo si abbandoni alla volontà di Dio, e, finché è a mia disposizione, venga usato non per la dissipazione, l’intemperanza, il piacere, ma soltanto per servire e servire durante tutte le ore di veglia. E se questo è vero riguardo al corpo, quanto più riguardo agli abiti e alle cose che usiamo?
E coloro che hanno messo in pratica questo voto di povertà volontaria nella maggior misura possibile - raggiungere la perfezione assoluta è impossibile, ma la maggiore possibile a un essere umano - coloro che hanno raggiunto l’ideale di questo stato, testimoniano che quando ci si spoglia di tutto quello che si possiede, si possiedono veramente tutti i tesori del mondo.

 

Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato

[…] la cosa terribile era che poteva essere tutto vero. Se il Partito poteva ficcare le mani nel passato e dire di questo o quell’avvenimerito che non era mai accaduto, ciò non era forse ancora più terribile della tortura o della morte?
[…] E se tutti quanti accettavano la menzogna imposta dal Partito, se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera. "Chi controlla il passato" diceva lo slogan del Partito "controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato." E però il passato, sebbene fosse per sua stessa natura modificabile, non era mai stato modificalo. Quel che era vero adesso, lo era da sempre e per sempre. Era semplicissimo, bastava conseguire una serie infinita di vittorie sulla propria memoria. Lo chiamavano "controllo della realta".
[…]Il giornale di oggi riportava i dati della produzione effettiva, dai quali traspariva che le previsioni erano grossolanamente errate, in ogni dettaglio. Il compito di Winston consisteva nel rettificare i dati originari, facendoli coincidere con quelli odierni.
[…]Pochissimo tempo prima, a febbraio, il Ministero dell’Abbondanza aveva promesso (le fonti ufficiali avevano parlato di "categorico impegno") che nel corso del 1984 non ci sarebbe stata alcuna riduzione nel razionamento del cioccolato. In realtà, come Winston sapeva bene, per la fine della settimana la razione di cioccolato sarebbe stata ridotta da trenta a venti grammi: bastava sostituire alla promessa originaria l’avvertenza che forse per il mese di aprile si sarebbe dovuti ricorrere a una riduzione della razione di cioccolato.
[…] Giorno dopo giorno, anzi quasi minuto dopo minuto, il passato veniva aggiornato. In tal modo si poteva dimostrare, prove documentarie alla mano, che ogni previsione fatta dal Partito era stata giusta; nello stesso tempo, non si permetteva che restasse traccia di notizie o opinioni in contrasto con le esigenze del momento. La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva. In nessun caso era possibile, una volta portata a termine l’opera, dimostrare che una qualsiasi falsificazione avesse avuto luogo. La sezione più ampia dell’Archivio, […] era formata da persone il cui unico compito consisteva nel reperire e acquisire tutte le copie di quei libri, giornali o altri documenti che, essendo state sostituite, era necessario distruggere un numero del «Times» che era stato forse riscritto una dozzina di volte a seguito di cambiamenti nella linea politica o in conseguenza di profezie errate del Grande Fratello era ancora lì, in archivio, con la sua data originaria, e non esisteva nessun’altra copia che potesse contraddirlo. […]
In realtà, pensò Winston mentre rimetteva a posto le cifre fornite dal Ministero dell’Abbondanza, non si trattava neanche di falsificazione, ma solo della sostituzione di un’assurdità con un’altra. […] Le statistiche, tanto nella loro versione originaria che in quella rettificata, erano un puro e semplice parto della fantasia. In molti casi ve le dovevate cavare dal cervello da soli. Le proiezioni fatte dal Ministero dell’Abbondanza, per esempio, avevano fissato a 145 milioni di paia la produzione di scarpe per il trimestre in corso. Era poi pervenuta la notifica che la produzione effettiva era stata di 62 milioni. Winston, tuttavia, nel riscrivere la proiezione, aveva ridimensionato la cifra portandola a 57 milioni, in modo che si potesse dire, come al solito, che si era andati oltre la cifra stabilita. In ogni caso, 62 milioni era una cifra che non si accostava alla verità più di 57 o 145 milioni. Con ogni probabilità, non era stato prodotto neanche un paio di scarpe. Con probabilità anche maggiore, nessuno sapeva, nè gli importava granché saperlo, quante paia di scarpe fossero state prodotte. Quello che tutti sapevano era che ogni trimestre veniva prodotto sulla carta un quantitativo astronomico di scarpe, mentre una buona metà della popolazione […] andava a piedi nudi.

da George Orwell, 1984, Mondadori


Il maestro

[…] Di libri di testo, di cui sentiamo tanto parlare, non provai mai il bisogno. Non ricordo neppure di aver fatto molto uso dei libri di cui potevamo disporre. Non trovo affatto necessario caricare i ragazzi di grandi quantità di libri. Ho sempre pensato che il vero libro di testo dell’allievo è il maestro. Rammento ben poco di quello che i miei maestri mi hanno insegnato dai libri, ma ancora oggi ho un chiaro ricordo delle cose che mi hanno insegnato indipendentemente dai libri.
I fanciulli apprendono molto di più e con molta minor fatica con le orecchie che con gli occhi. Non ricordo di aver mai letto un libro dalla prima all’ultima riga con i miei ragazzi. Ma diedi loro, con le mie parole, tutto quello che avevo assimilato dalla lettura di vari libri e oso dire che ne conservano ancora il ricordo nella mente. Era faticoso per loro rammentare quello che imparavano dai libri, ma quello che dicevo loro a viva voce sapevano ripeterlo con la massima facilità. Leggere era per loro un dovere, ma ascoltarmi era una gioia – quando non li annoiavo, non riuscendo a rendere interessante il mio argomento. E le domande che le mie parole suggerivano loro mi davano una misura della loro capacità di comprensione.
[…] Come l’educazione fisica doveva essere impartita mediante l’esercizio fisico, cosi l’educazione dello spirito era possibile soltanto mediante l’esercizio dello spirito. E l’esercizio dello spirito si fondava interamente sulla vita e sul carattere del maestro. Il maestro doveva fare molta attenzione a quello che diceva o faceva, sia che fosse o non fosse tra i suoi ragazzi.
[…] Sarebbe inutile, se fossi bugiardo, insegnare ai ragazzi a dire la verità. Un maestro vile non riuscirà mai a rendere i suoi ragazzi coraggiosi, e uno lontano dall’auto-disciplina non potrà mai insegnarne il valore ai suoi discepoli. Vidi perciò che dovevo essere una continua lezione per i ragazzi e le ragazze che abitavano con me. In tal modo essi diventarono miei maestri, e imparai che dovevo essere buono e vivere rettamente se non altro per amor loro. Posso dire che la disciplina e le restrizioni maggiori che m’imposi alla fattoria Tolstòj furono in grandissima parte dovute ai miei pupilli.
Uno di loro era indisciplinato, turbolento, incline a mentire e litigioso. Un giorno esplose con estrema violenza. Ero esasperato. Non punivo mai i miei ragazzi, ma questa volta ero molto arrabbiato. Cercai di ragionare con lui. Ma era impenitente e cercò perfino d’ingannarmi. Alla fine presi una riga che avevo a portata di mano e lo colpii sul braccio. Tremavo quando lo percossi. Credo che se ne accorgesse. Fu un’esperienza assolutamente insolita per tutti loro. Il ragazzo scoppiò a piangere e chiese perdono. Piangeva non perché la percossa era stata dolorosa; se cosi fosse stato, avrebbe potuto rendermi pan per focaccia, essendo un ragazzo solidamente costruito di diciassette anni; ma si rese conto della mia pena per esser stato costretto a questo mezzo violento. Dopo l’incidente non mi disubbidì mai più. Ma mi pento ancora di quella violenza. Temo che quel giorno gli mostrai non lo spirito, ma il bruto che era in me.
Sono sempre stato contrario alle punizioni corporali. Ricordo soltanto un’occasione in cui punii fisicamente uno dei miei figli. Perciò non sono ancora riuscito a stabilire se ho avuto torto o ragione a usare il regolo. Probabilmente fu un errore, perché fui spinto dall’ira e dal desiderio di punire.
Fosse stata soltanto un’espressione della mia angoscia, l’avrei ritenuta giustificata. Ma in questo caso il motivo era confuso.
[…] In seguito vi furono spesso casi di cattiva condotta da parte dei ragazzi, ma non ricorsi mai alla punizione corporale. Così, sforzandomi di impartire un’educazione spirituale ai ragazzi e alle ragazze che avevo sotto di me, giunsi a comprendere sempre meglio la forza dello spirito.

Gandhi

Il fiume Pof

Io ho un cane.
Non ce l’ho da molto. È un bel cane biondo pelocorto. Tipo labrador, ma piu magro. È un piccolo e magro finto-labrador. L’ho chiamato Perry Bau. […] a volte me lo ritrovo faccia a faccia in salotto, mentre magari sono lì buttata su una poltrona che penso. Io penso e lui mi guarda. È capace di guardarmi fisso per ore. Quindi diciamo che mi capita spesso, in salotto, di pensare insieme a lui. È come se ci parlassimo, tra di noi. Tutti e due zitti.
Ad esempio adesso sto cercando di spiegargti che cos’è il Pof. Lui crede che sia un pupazzetto di gomma che fa gnau-gnau tra i denti.
« No » gli dico, « è dove finiscono i Progetti. »
« Allora » mi fa, « è un fiume? »
La capacità canina di comprendere le cose al di là delle parole mi sorprende sempre di più. Ma sì, diciamo che il Pof è un fiume. Nel fiume Pof si gettano tutti i progetti, come tanti affluenti: affluiscono lì! Il Pof è un contenitore fluido di tutti i progetti: dunque, un fiume. […] E, siccome i progetti sono quel che caratterizza una scuola, il Pof, in quanto raccoglitore di progetti, è una specie di carta d’identità della scuola.
[…] Quindi il Pof fornisce l’identità di una scuola in base ai progetti che quella scuola offre. Non per nulla Pof vuol dire Piano dell’Offerta Formativa.
Intanto, è un piano. Hai presente? Come i piani bellici, o i piani regolatori. E tin progetto anche lui, insomma, ma un progetto gigante che li contiene tutti, in modo che tutti insieme permettano di « pianificare l’offerta ».
Lo so che la parola offerta ti fa venire in mente quando andiamo al supermercato e le scatolette del tuo cibo sono in offerta, lo so. Ma non devi fare queste associazioni libere, sono pericolose.
Dunque, il Piano dell’Offerta Formativa è la pianificazione di ciò che una determinata scuola ti offre per formarti.
Come alle terme. Sei mai stato alle terme? Se tu vai alle terme, ti danno un depliant in cui ti spiegano nel dettaglio cosa ti offrono: bagno turco, massaggi ayurvedici, fanghi, saune, docce fredde... Il gioco sta nel distinguersi. Le terme non sono tutte uguali. Ci sono terme e terme. Per questo ti faccio il dèpliant, perchè tu, utente-paziente-cliente-studente o cane, possa scegliere le terme migliori.
Cosa sta succedendo? Semplice: di colpo la scuola, che evidentemente non è una stazione termale, si mette a fare un’offerta. Ogni scuola pubblicizza le sue offerte, che la differenziano dalle altre scuole. Di colpo, dunque, le scuole non sono più tutte uguali: una scuola offre una cosa e un’altra scuola ne offre un’altra. Chiaro.
Strano... Mi sfugge qualcosa. Per esempio, non riesco a capire che cosa possa mai offrire di sconvolgentemente nuovo un insegnante di italiano, cosa può mai inventarsi, se non di insegnare bene la sua materia e cioè insegnare a leggere dei bei libri e capirne il senso nel profondo; esprimere per iscritto il proprio pensiero, o un racconto, un ricordo, un ritratto; saper tenere un discorso avvincente, ben costruito, persuasivo. Che altro? Che cosa potrà mai offrire di diverso l’insegnante di italiano della scuola vicina e concorrente? Perchè di colpo abbiamo dei concorrenti?
Risposta facile: c’è l’autonomia. Ogni scuola, nell’era dell’autonomia, è libera di scegliere che cosa offrirti, cioè quali progetti presentarti. Per esempio, un bel Corso di Chitarra o di Giardinaggio.
Come sarebbe, cosa c’entra? C’entra eccome. Se per esempio un insegnante d’italiano ritiene che, per farti sentire meglio il ritmo di una pagina di Calvino, sia necessario che tu impari a suonare la chitarra, presenterà il Progetto Chitarra al collegio docenti e, dctto fatto, di colpo il suo progetto lo distinguerà da tutti gli altri insegnanti di italiano, rimasti drammaticamente fermi a insegnare la loro antiquata e decrepita materia, fatta solo di grammatica, vita e opere, commenti e riassunti.
I Progetti distinguono una scuola.
Come dici? Tu avresti detto gli insegnanti? Altra stupidaggine. Si vede che sei un cane. Gli insegnanti non contano niente. E nemmeno le cose che insegnano, o i modi che usano per insegnarle. Contano solo le cose extra, le cose « fuori »: i progetti, appunto. I curatori del progetto, non gli insegnanti. Le attività, non le materie.
Nel Pof troverai che in una scuola si fa il Corso di Cucito o l’Approfondimento Zen o la Preparazione per il First, per il Delf o l’Uscita al Museo del Cinema e la Gita di Istruzione sulle Rocce Dolomitiche. Non troverai chi insegna e che cosa e come. Se cioè un insegnante di lettere fa letteratura o no, quello non ce lo trovi. E nemmeno il fatto che il tal insegnante di matematica ha inventato una nuova formula e lo hanno già indicato per il Nobel. Queste cose no, queste cose non interessano a nessuno. Non fanno l’identità di una scuola.
Anche perchè il suddetto insegnante di matematica, per inventare la sua formula, se ne sta tutti i pomeriggi rintanato in casa a studiare: non porta mai gli allievi in gita, non offre mai un’attivita extra sulle Strategie dell’Apprendimento, non fa mai un Corso di Recupero, nè un’Uscita Didattica al Museo dei Numeri, niente! È davvero un pessimo insegnante.
Perry Bau mi guarda inquieto. Sente la mia inquietudine.
L’ho chiamato Perry Bau perchè a me piacciono molto gli sceneggiati tivu di tipo poliziesco, in particolare la serie di Perry Mason. Quindi il mio cane mi piaceva chiamarlo Perry, come il mio eroe.
Ma siccome è un cane, gli ho aggiunto il cognome Bau.

(da La scuola raccontata al mio cane di Paola Mastrocola, Guanda)


Tacere era bello. Ora non più

Da qualche anno compiliamo il Documento di Classe. Fa parte dei nostri « adempimenti d’inizio anno ». Non so se lo prevedono tutte le scuole, ma credo di sì; forse però nelle altre scuole potrebbe anche chiamarsi in qualche altro modo. Da noi si chiama Documento di Classe, ed è una specie di figlio del Pof: un piccolo Pof in miniatura, che i docenti di ogni singola classe compilano insieme tra di loro, ognuno per la sua materia, e che quindi riguarda quella singola classe.
Nel Documento ogni insegnante deve scrivere innanzi tutto quali sono i suoi Obiettivi. Sulla parola obiettivo vorrei soffermarmi un po’. La parola obiettivo appartiene all’area semantica del­la guerra. Così come « piano » e « strategia ». Che strano, in un’era che si affanna a promuovere la pace... L’obiettivo è, nel nostro immaginario attuale, l ’« oggetto » da colpire con le bombe, possibilmente intelligenti, un colpo esatto e via. È anche una parte della macchina fotografica e del telescopio, lo so; ma indica sempre il mettere a fuoco un bersaglio.
Ora, l’insegnante deve avere dei fini (ovvero bersagli) ?
Non lo so. Credo di sì, ma credo che sarebbe meglio mantenere una certa inconsapevolezza di sè. Non credo sia bene entrare in classe avendo stampigliato sulla fron­te: io mi propongo come fine di salvarti dall’ignoranza, aprirti il cervello, migliorare la tua vita. Quando mi chiedono di compilare le mie « finalità educative e didattiche », mi viene male. Un leggero ma penetrante mal di stomaco, con nausea. Mi verrebbe da scrivere: non ne ho; e se ne ho, non so di averle. Una cosa così.
È come con i figli: noi sappiamo che finalità abbiamo? No. Cioè sì, ma sono talmente ovvie che, se ce le chiedessero, scoppieremmo a ridere. Sarebbero quelle di allevare bene i figli, affinchè siano buoni, saggi, sereni, simpatici, belli, sani e intelligenti, o no?
Nella scuola è lo stesso; credo che la finalità di un insegnante sia quella di insegnare meglio che può. È cosa molto ovvia. Quali altri fini mai potrebbe avere un insegnante?
E allora perchè ci chiedono di dirli?
È brutto dover dire cose ovvie e tacitamente risapute da tutti. Dire cose ovvie ci umilia sempre un po’, ci fa sentire tristi e inutili. È come quando ci chiedono: mi vuoi bene? Siccome e ovvio che ti voglio bene, perchè me to chiedi? Perchè te lo devo dire? Se me lo chiedi, mi esce solo un debole e insulso: sì... Tu non ci hai guadagnato niente, e io mi sono intristita a doverti dire quel pallido sì.
Il punto grave infatti non è se si debbano o no avere dei fini, e se si debbano dire i propri fini, ovvero, secondo un linguaggio più moderno e nuovo, se si debbano «esplicitare».
E qui ho le idee infinitamente piu chiare: no. I fini non si devono esplicitare mai! A meno che non siamo in un’attivita di guerra: allora certo che sì, i fini militari si devono esplicitare eccome, almeno a coloro che li devo­no attuare. Ma noi, a Scuola, siamo in una dimensione militare? Nonostante le parole militari che ci obbligano a usare, direi proprio di no. E quindi i fini non vanno esplicitati.
Karate Kid è un film meraviglioso. E la storia di un ragazzino che vuole imparare karate e si rivolge a un vecchio e saggio maestro giapponese.
Il maestro lo accetta come allievo e gli dice di presen­tarsi il tal giorno per la prima lezione. Ma poi, invece di far lezione, gli ordina di dipingere la palizzata che circonda la sua casa, e gli mostra per bene il gesto con cui deve muovere il pennello su e giù lungo il legno. Il ragazzo, un po’ malvolentieri, esegue. Quando ha finito, spera che il maestro gli darà lezioni di karate. Ma il maestro gli chiede di dipingere anche il retro della palizzata, e poi di dare una seconda mano, e infine di ridipingere anche il pavimento all’interno, e qui gli mostra di nuovo in quale modo usare il pennello. Così per gior­ni e giorni. Il ragazzo è ormai al limite della sopporta­zione, quando finalmente il maestro accetta di dargli la prima lezione. Gli mostra i primi movimenti che dovrà saper compiere con le braccia e... di colpo, vediamo che il ragazzo li conosce già, perchè sono quegli stessi gesti che ha dovuto imparare per dipingere la palizzata e poi il pavimento.
Di colpo capiamo che il maestro gliele aveva già date le lezioni di karate, senza che l’allievo se ne accorgesse, anzi, proprio nel momento in cui l’allievo pensava di perdere tempo e di essere preso in giro.
Questo è insegnare.
C’è un enorme valore del silenzio dentro il verbo «insegnare». Io insegno e non dico qual è il mio fine né qual è il mio metodo. Insegno e basta. Così come dipin­go e basta, suono e basta, ti amo e basta. Tacere è bello.
Tacere era bello. Ora non più.
Secondo l’attuale nostra scuola, quel maestro giap­ponese dovrebbe scrivere nel Pof che intende usare co­me metodo quello di far dipingere palizzate per ottenere come obiettivo di insegnare karate al ragazzo. L’attuale nostra scuola non sembra avere alcuna idea di che cosa sia un maestro. O meglio, non sembra volere affatto dei maestri. L’idea stessa di maestro le è estranea, direi un po’ antipatica.
L’attuale scuola odia i « maestri » . Li trova snob e antiquati. Poco tecnici, poco flessibili. Dotti e spocchiosi. Oggettivamente non valutabili. E silenziosi, troppo silenziosi. Insomma, in brevissimo tempo capii che dovevamo diventare tutti insegnanti poffati.
Per il nostro nuovo mestiere, erano stati coniati nuovi verbi e nuovi complementi oggetto. Insegnare e far lezione erano parole vecchie. Oggi l’insegnante dove fare ben altro. Recupera. Colma. Accoglie. Progetta. Esplicita.
Pianifica l’offerta, cura l’utenza, individua i percorsi, stabilisce gli obiettivi, disegna la mappa, costruisce la griglia, indica i saperi, fornisce un metodo, studia le strategie, usa gli strumenti, stabilisce i criteri, valuta oggettivamente, si autovaluta, si monitorizza, certifica le competenze, somministra i test, verifica in itinere, rispetta gli obiettivi, organizza i moduli, percorre i percorsi, si aggiorna nei contenuti e nei metodi, mette in at­to il processo educativo, esplicita le competenze, con­cretizza le conoscenze, verifica l’apprendimento, si relaziona agli altri enti - anche e preferibilmente in contesti variabili - governa i conflitti, lavora sul territorio, innalza il tasso, il successo scolastico... ma soprattutto è flessibile, flessibile e disponibile, disponibile al cambiamento...
Un mare.
Un mare di parole nuove mi travolse quando, come dicevo, tornai a scuola nel 1999. Per questo non riconobbi più nulla e mi parve che mi avessero cambiato it mondo, spostato l’orizzonte, trafugato la terra da sotto i piedi. La montagna era andata in pezzi. E io ero uno dei milioni di sassi rotolati a valle, in tanta lapedicina. Brancolavo nel vuoto, rasentavo i muri, percorrevo invano corridoi deserti alla ricerca di qualcuno che mi aiutasse. Che mi dicesse quali erano i miei obiettivi, i miei metodi, i miei percorsi, le mie strategie, i miei moduli, le mie competenze...
Di colpo non sapevo pin niente. E non ero niente.

(da La scuola raccontata al mio cane di Paola Mastrocola, Guanda)

Mister Pil

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.

Discorso di Robert Kennedy, 18 marzo 1968, Università del Kansas

Pungitopo pungitopo@pungitopo.com