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Alicudi
è l'antica Ericodes di Strabone, che del resto, come tutti
gli antichi, non conosceva che sette isole Eolie: .Strongyle, Lyparis,
Vulcania, Didime, Phoenicudes, Ericodes ed Eronimos. Quest'ultima,
che a quel tempo era forse la più importante tra tutte, è
stata talmente erosa dal fuoco interno che la divorava, che i suoi
crateri sprofondati hanno aperto parecchi passaggi al mare e le
sue diverse cime, che si elevano solo oggi sulle onde, formano le
isole di Panarea, Basiluzzo, Lisca Nera, Lisca Bianca e Dattilo.
Inoltre, qualche scoglio sparso, che senza alcun dubbio fa parte
della stessa terra, s'innalza ancora nero e nudo dalla superficie
marina, col nome di Formiche. È difficile vedere qualcosa
di più triste, di più cupo e di più desolato
di questa sfortunata isola che costituisce l'angolo occidentale
dell'arcipelago eoliano. È un angolo della terra scordato
al momento della creazione e rimasto tale dal tempo del caos. Nessuna
strada porta alla vetta o costeggia le sue rive: alcune cavità
solcate dalle acque piovane sono gli unici passaggi che si offrono
ai piedi tormentati dai sassi aguzzi e dalle asperità della
lava. Su tutta l'isola nemmeno un albero, né un po' di vegetazione
per riposare gli occhi; solo in fondo a qualche fenditura della
roccia, negli interstizi delle scorie vulcaniche, si scorge qualche
raro gambo di quelle eriche per le quali Strabone chiamò
talvolta l'isola Ericusa. E' il solitario e pericoloso cammino di
Dante, dove, tra le rocce ed i detriti, il piede non può
procedere senza farsi aiutare dalla mano...
Lipari,
con il suo castello costruito su una rocca e le sue case disposte
secondo le sinuosità del terreno, presenta un aspetto quanto
mai pittoresco. Del resto, avemmo tutto il tempo di ammirare la
sua posizione, considerate le innumerevoli difficoltà che
ci fecero per lasciarci sbarcare. Le autorità, alle quali
avevamo avuto l'imprudenza di ammettere che non venivamo per il
commercio della pesca, il solo commercio dell'isola, e che non comprendevano
che si potesse giungere a Lipari per altre ragioni, non volevano
ad ogni costo lasciarci entrare. Alla fine, quando passammo attraverso
un cancello i nostri passaporti che, per paura del colera, ci furono
presi dalle mani con delle gigantesche pinze, e una volta che si
furono assicurati che venivamo da Palermo e non da Alessandria o
da Tunisi, ci aprirono il cancello acconsentendo a lasciarci passare.
C'era un bel po' di differenza tra questa ospitalità e quella
di re Eolo...
Un canale, largo appena tre miglia, separa Lipari da Vulcano.
Grazie all'abilità dei nostri rematori, riuscimmo a percorrere
questo tragitto in meno di quaranta minuti. Vulcano, l'antica Vulcania,
è l'isola eletta da Virgilio a succursale dell'Etna e fucina
di Vulcano.
Insula Sicanium juxta
latus Eoliamque
Erigitur Liparem, fumantibus ardua saxis;
Quam subter specus et cyclopum exesa caminis
Antra Aetnea tonant, validique incudibus ictus
Auditi referunt gemitum, striduntque cavernis
Stricturae chalybum, et fornacibus ignis anhelat:
Vulcani domus et Vulcania nomine tellus.
Del resto, l'isola è
proprio degna di tale onore poiché, sebbene sia evidente
che dopo diciannove secoli abbia perduto un po' del suo calore,
una bellissima fumata è succeduta al fuoco che sicuramente
a quel tempo usciva. Vulcano, simile all'ultima vestigia di un mondo
bruciato, si spense dolcemente in mezzo al mare che sibilava, ribolliva
e gorgogliava tutt'intorno...
Ci svegliammo di fronte a Panarea. Per tutta la
notte il vento ci era stato contrario ed i nostri uomini si erano
alternati ai remi: ma non avevamo fatto un gran percorso, ed eravamo
appena a dieci leghe da Lipari. Siccome il mare era assolutamente
calmo, dissi al capitano di gettare l'ancora, di fare provviste
per la giornata e, sopratutto di non dimenticare i crostacei. Infine,
scendemmo nella scialuppa, prendendo Pietro e Filippo come rematori
e gli ordinammo di condurci su uno dei venti o trenta isolotti sparsi
tra Panarea e Stromboli. Dopo un quarto d'ora di navigazione sbarcammo
a Lisca Bianca. Jadin si sedette, rimpianse il suo parasole, montò
la sua camera bianca e si mise a fare un disegno generale delle
isole. Quanto a me, presi il mio fucile e, seguito da Pietro, mi
misi in cerca di avventure, che si limitarono all'incontro con due
uccelli marini, della specie dei beccaccini, che uccisi entrambi.
Era già più di quanto avessi potuto sperare, visto
che l'isolotto era completamente deserto e senza neanche un ciuffo
d'erba...
...tutti gli abitanti di Stromboli, erano accorsi
sulla spiaggia. La nostra speronara faceva scalo assiduamente in
quel porto, ed i nostri marinai erano ben conosciuti nell'isola:
ogni autunno facevano quattro o cinque viaggi per caricare uva passa.
Nel corso dell'anno tornavano altre due o tre volte, più
che sufficienti per stabilire rapporti di ogni natura. Appena fummo
a portata di voce, tra i nostri uomini e gli abitanti di Stromboli
si intrecciarono conversazioni del tutto particolari, scandite da
domande e risposte in dialetto stretto, per noi incomprensibili.
Capivamo soltanto che si doveva trattare di colloqui amichevoli:
Pietro sembrava avere degli interessi ancora più affettuosi
da sbrogliare con una ragazza, che non pareva assolutamente preoccupata
di celare i sentimenti pieni di affetto che nutriva per lui. Infine
l'idillio si animò a tal punto che Pietro iniziò a
dondolarsi dapprima su una gamba, poi sull'altra, fece due o tre
saltini preparatori e sul ritornello intonato da Antonio, iniziò
a ballare la tarantella. La giovane strombolana per non sembrare
scortese si mise a sua volta a danzare. Questa giga a distanza durò
fin quando i due ballerini caddero sfiniti, uno sul ponte e l'altra
sulla spiaggia.
formato
15,5 x 21 - pp. 80, € 9,00 |