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PROFETICO GENOVESE
La riedizione dopo un quarto di secolo di “Mezzaluna con falcone e martello” presenta al lettore qualcosa di molto vicino alla situazione di oggi.

di Felice Irrera

Metti lo scoppiare in Italia di una secessione con annessa guerra civile, voluta però non dal bossiano Nord bensì dal plebeo Sud. Una rivolta, appoggiata dagli Stati nordafricani e osteggiata dagli Stati Uniti e dall’Europa, che preferiscono i settentrionali, capace di far emergere quella rabbia delle plebi meridionali accumulatasi in un secolo e mezzo di pseudo-unità. Una vera guerra fatta di tutti gli addendi di essa, rappresentati dai bombardamenti, dalla lotta armata, da disagi di ogni genere, dalla fame.
Fu a metà degli anni Ottanta che uscì per la prima volta il romanzo di Andrea Genovese “Mezzaluna con falcone e martello” (Editore Pungitopo), in un contesto in cui egli si trovava a Milano, e aveva già visto e continuava a stare in mezzo a lotte sindacali e studentesche mentre si svolgevano le azioni cruente delle Brigate Rosse: lo ha detto lo stesso autore al pubblico intervenuto al Circolo Pickwick per la presentazione della sua riedizione, con taluni tagli e cambiamenti (stesso titolo e stesso editore, adesso pp. 117, € 15,00).
A leggerlo adesso, questo romanzo, come sempre controcorrente, sembra voler precedere i tamburi della retorica patriottarda che si preparano a rullare per il centocinquantesimo dell’Unità, inserendo nell’ingranaggio di una ruota che sta già cominciando a muoversi non solo un po’ di sabbia che la rallenti, ma una zeppa che la fermi. “Il libro allora – ha detto Genovese – esprimeva la mia coscienza politica di quegli anni, lo scetticismo di fondo di un militante del PCI sull’evoluzione (o l’involuzione) della situazione del Partito, giunto ai massimi storici del consenso, ma al cui interno si manifestavano non piccole contraddizioni. Emergeva già in quegli anni una sorta di pregiudiziale nei confronti del Sud, alimentata dal sospetto della mancanza in esso del prerequisito di fondo, la Resistenza e, perché no, anche dal fatto che tanti meridionali andavano ad occupare posti pubblici (per esempio alle Poste), grazie all’intervento di ministri o sottosegretari meridionali di area centrista che mantenevano così enormi serbatoi di voti”. Fin da allora Genovese, poi, avvertiva la necessità di liberarsi di un ceto politico corrotto, ma anche l’incapacità storica del Partito di realizzare qualcosa di positivo (era in corso il “compromesso storico”).
E adesso? Che senso ha la riscrittura e la ripresentazione del romanzo? La situazione storica è profondamente cambiata, ma alcune delle intuizioni di allora presenti nel libro appaiono in qualche modo profetiche: è sotto gli occhi di tutti e aumenta di giorno in giorno la spaccatura tra il Nord ricco, in cui domina il razzismo della Lega di Umberto Bossi, e il Sud misero, dominato dalle grandi associazioni malavitose che opprimono gli onesti; mentre è recente l’idea della formazione di un “Partito del Sud” che si opponga ad una politica, ormai comune alla Destra e alla Sinistra, che privilegia sempre più le zone ricche del Paese e ritiene il meridione una palla al piede. Dunque, immaginare che scoppi una guerra vera e propria, invece di un semplice continuo rinfaccio di responsabilità, anche se improbabile, non è del tutto irrealistico e Genovese non scrive un romanzo di fantapolitica, ma qualcosa di quanto mai attuale. Su questa materia s’innesta poi la weltschaung personale dell’autore, di cui proveremo a seguire le tracce, proprio a partire dalle sue affermazioni.
Nel degrado tipico di ogni guerra, tra stragi, esecuzioni e desolazione, un intellettuale-giornalista, Vanni, macerato lui stesso dal senso di colpa di colui che scrive mentre gli altri combattono, sostanzialmente carico di scetticismo, si muove con mezzi di fortuna nel Sud, chiudendo la sua avventura a Palermo. Sostiene la nascita di una Repubblica Popolare d’Italia, ma se la prende (così sono gli intellettuali che hanno per cervello “una lattiginosa biscia”) anche con i politici del suo partito, percependo comunque sempre la propria inadeguatezza di fronte agli eventi concreti. Mentre “lavora”, osserva e pensa, non manca, per altro, essendo pure “un fauno sotto mentite spoglie”, di dare sfogo, assecondato da vari elementi femminili, guerrigliere o no, alle proprie pulsioni sessuali. Difficile per il lettore dire subito quale di questi due aspetti, il politico o il carnale, sembri interessargli di più: se voglia soddisfare il suo desiderio di giustizia o i suoi attributi da “minotauro”. Certo, può, intanto, stupirsi che le donne descritte dall’autore, “progressista”, si diano “il cambio con lui, a staffetta”, mostrandosi tutt’altro che femministe, salvo che nella pronta disponibilità, sempre felici di predisporne la “metamorfosi faunesca”, di “godere con ghiotta avidità il maschio”, quasi considerassero, appunto, soltanto questo loro comportamento dimostrazione di una condizione di parità. E può, il lettore, pure meravigliarsi del fatto che Vanni, dotato di maturità e di esperienza come l’autore, al quale del Risorgimento, si è capito, non importa niente, se la prenda con un Uomo ancora incapace di “controllare la storia”, di cui lamenta quelle ingiustizie e prevaricazioni che in realtà non sono mai mancate e vomiti accuse non solo contro “l’italietta euro papalina”, ma contro quei capi opportunisti (“scimmioni della cultura borghese”) che invece di fare la rivoluzione avevano preferito (“scrittorelli”) produrre libri sulla rivoluzione guadagnandosi lauti diritti d’autore, mentre la cultura italiana sprofondava nel servilismo (“intellettualetti coglioni”). Ma cosa vuole veramente Vanni-Andrea?
Lo scopriamo, forse, soltanto giungendo col narratore all’ultima meta del viaggio di questo Ulisse in miniatura: la Sicilia. Dopo la descrizione (che ricorda le efferatezze sanculotte della Rivoluzione francese), delle forche di Palermo, da cui pendono gli uomini del passato regime, linciati e poi fatti a pezzi dalla folla inferocita da un bombardamento nordista (tra questi un cardinale, un ex-presidente della Regione e un ex-sindaco), le pagine finali sono costellate di spettri e apparizioni, nonché, ancora una volta, di un amplesso su un sepolcro principesco, mentre ogni coordinata terrena scompare: si fa strada l’idea di una storia come riavvolgimento su se stessa (anaciclosi, la chiamava Polibio) e questo avviene, guarda un po’, ancora nel grembo di una donna “porto aromatico e fecondo (…) frutto in espansione da cui la Storia muove alla riconquista di se stessa”. La soluzione di Genovese ci ricorda, mutatis mutandis, quella avanzata da Pirandello nel suo primo dramma della trilogia dei miti, “La nuova colonia”, dove l’autore rappresentava la creazione, da parte di un gruppo di emarginati dalla società civile, di una colonia su un’isola deserta, al fine di creare una nuova società più giusta e libera: la fertile femminilità, portatrice di vita, è, in quest’opera dell’autore agrigentino, il solo valore certo. Così, sembra, in certo modo, anche per Genovese e si spiegherebbe in tal modo l’ampio spazio riservato nel romanzo alla dispiegata sessualità di Vanni e delle tante donne che incontra.
In conclusione, il romanzo è, ancora una volta (anche se in modo meno esplicito rispetto ai precedenti “Falce marina” e “L’anfiteatro di Nettuno”, nonché al prossimo “Lo specchio di Morgana”, in corso di stampa, che chiuderà la trilogia messinese), autobiografico, frutto di un percorso di vita dell’autore tutt’altro che semplice e piano. Certo, essendo le idee rivoluzionarie di Vanni-Andrea ormai consapevolmente non più realizzabili, emergono adesso soluzioni apparentemente soltanto distruttive, come l’auspicio di “una sorta di luddismo spirituale da diffondere tra le masse perché consapevolmente potessero rifiutare e la realtà e la storia”, che finiscono, poi, paradossalmente, come sopra si è detto, con l’assumere le vesti quasi di una nuova, mitica, metafisica. Non è davvero un libro semplice da comprendere nel suo messaggio. Il lettore potrebbe anche considerare molte delle idee del romanzo pure elucubrazioni intellettuali e trovarsi in difficoltà nell’armonizzare i tanti richiami storici e filosofici col mosaico delle immagini. Difficile anche stabilire a quale pubblico è destinato il libro, mitica o nichilista che sia la sua visione. Un libro problematico, insomma, con sfaccettature tutte da scoprire, che viene fuori da una rabbia che trova sfogo in una narrazione espressionistica, violenta, parossistica, onirica, con solo rari momenti di quiete.

“Pagnocco”, maggio 2010.