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"PRESENTAZIONE DEL LIBRO" di Vanni Ronsisvalle
a Peppino
Per capire il senso di questo libro – perché è
bello, perché importante, perché atteso – occorre
tenere d’occhio che chi lo ha scritto appartiene alla generazione
venuta al mondo ventuno anni dopo il Disastro. Cresciuta a ferite
ancora aperte accanto a sopravvissuti che la contagiavano di una
verità terrificante. Il verificarsi del desolato vaticinio
di una donna inglese, Vernon Lee, una scrittrice che era vissuta
a Messina e l’ amava come vi fosse nata. Lo aveva annotato
nel suo diario appena l’indomani. Messina, la Messina
vera, la Messina nostra è stata e non sarà più:
la Messina ventura, sarà un'altra e sarà di altri.
Scrivere per chi vive della scrittura è gridare in silenzio.
Vernon Lee viveva in Toscana; non lontana dai luoghi frequentati,
quasi per sfuggire ad incantesimi ed oscurità della vita
messinese dal personaggio di Loteta e di cui Loteta è innamorato;
nessuno in questo libro corale ha una centralità assoluta
ma se vi è un alter ego dell’autore in queste pagine
credo sia proprio Salvemini, con le sue limpidezze politiche con
i suoi dubbi esistenziali. Ma non è che uno dei grandi personaggi,
con Giovanni Noè, con Francesco Lo Sardo che avrebbero influito
sull’autocostruzione, maturazione sociale, politica, etica
direi, dell’uomo Loteta che ha in tutto questo tempo salvaguardato
tali effimere radici. Ora le ha portate alla ribalta delle nostre
anime rianimando maschere di quella Messina.
Così ecco di seguito l’idea che mi sono fatto di
MESSINA 1908, il romanzo di Giuseppe Loteta.
Intanto la scelta, perché di questo si tratta, un espediente
tutto letterario, di contenere nel piccolo formato la tessitura
di un giallo politico montato magnificamente, una macchina a tempo
costruita per traghettare altro, per esempio la storia, che si dirama
da Messina e rimbalza a Messina e nel contempo sfolgorii e ombre
cupe degli scenari politici di una nazione indecisa su come essere
tale. E per un libro del genere, libro-di-una-vita (vale
a dire che vi si pensa tutta la vita e si scrive in quindici giorni)
sembrerebbe un non sense. Ma è la regola non scritta
– che Peppino buon lettore, (noi ci siamo messi a scrivere
perchè non ne potevamo più di leggere le cose degli
altri, adolescenti assolutamente voraci ed onnivori) - di tanti
grandi libri dove la morte è personaggio, la morte incombe.
Il vecchio e il mare, La morte a Venezia, La morte di Ivan Ilic:
come se il tema si portasse dietro la necessità di una sintesi,
lasciando immaginare il resto che è appunto della buona e,
quando accade, della grande letteratura.
La parola morte non è nel titolo del romanzo di Loteta. Data
l’immensità, l’enormità indicibile del
suo incombere sarebbe stato riduttivo citarla. Non è una
snoberia, non sono le emuntae naris dell’intellettuale
come insinuava Gianfranco Contini. Mentre una data accostata ad
un nome di luogo che così diventa titolo scavalca, incenerisce
ogni rischio di banalità, di enfasi involontaria. Un esempio:
la scena della vittima del grande complotto che con piccole croci
tracciate sul muro della cella tiene il conto dei giorni che lo
separano o dalla sua liberazione o dalla sua morte; è di
poche righe; ossia la durata in minuti dell’inquadratura del
cavaliere che gioca a scacchi con la morte nel film di Bergman,
ma è sufficiente perché quella metafora vi circoli
dal primo a l’ultimo fotogramma. A Peppino servono, nella
stessa misura, a dare il senso definitivo del libro; prima che l’evento
con la maiuscola subissasse anche questo nella sua enormità:
leggo da pagina 113…Capì subito di cosa si trattava…un
pensiero gli attraversò la mente…Poi non fu più
tempo di pensieri. Splendido, da applausi.
Vi sono infatti eventi grandiosi e drammatici percepiti a distanza
geografica o temporale – guerre, rivoluzioni, naufragi, epidemie,
incendi di città, inondazioni, terremoti ed altre catastrofi
naturali, stragi e genocidi – che inducono a fantasticare,
penetrano nell’immaginario del ‘sentito dire’,
diventano metafore e proverbialità.
L’affondamento del Titanic , la maledizione che soffiava
nell’unica vela della Zattera della Medusa, l’incendio
della Biblioteca di Alessandria e l’ Incendio
di Chicago, la Peste di Milano, la Shoa,
l’ Undici settembre. Metafore popolari oppure letterarie,
intellettuali, incentivi alla creatività di artisti –
pittori, narratori, poeti, cineasti - metafore raffinate o truculente.
Ma per la catastrofe che cancellò Messina le cose sono andate
diversamente.
Il terremoto del 1908 non ha prodotto fin qui l’opera letteraria
che assurgesse a metafora proporzionata all’evento. Non ha
prodotto romanzi, racconti, testi lirici; se ve ne sono devono essere
così modesti che non me ne sono accorto; nessun grande della
letteratura ha lasciato in proposito pagine immortali. Inviarono
grida sintetiche come dispacci di agenzia; ne scrissero sollecitati
dai giornali Anatole France e Swimburne, Thomas Hardy e Massimo
Gorki, i nostri Verga, d’Annunzio, Pirandello… Poche
righe di circostanza non dissimili da telegrammi di condoglianze.
Non vorrei spostare l’attenzione dalla vicenda che fa da motore
al romanzo, l’intreccio di delitto e politica. Ma certo, era
da pensare che sedimentato l’orrore, metabolizzato il lutto
nell’ a rebours letterario le grandi opere non avrebbero
tardato oltre. Invece negli ultimi cento anni non è accaduto
nulla di tutto questo. Qual è il grande romanzo che reperisca
un nesso o persino una scelta estetica (ammesso che si possa parlare
di una estetica del terremoto) che si coordini ad esso? Il dipinto
i cui colori spalmati sulla tela riassumano il pathos dell’apocalisse.
Il film?
Se dicessi che così Loteta ha pensato con il suo libro di
riempire un vuoto gli farei torto. Loteta è sollecitato da
altre pulsioni che appartengono alla sua vita; hanno a che fare
con le altre sue inclinazioni, i suoi talenti: saggistici, sociali,
ovviamente politici, direi antropologici, con le amicizie contratte
con grandi politici del nostro tempo; forse questo gli ha affinato
la sensibilità per riconoscere anche nelle catastrofi una
logica misteriosa; quale che sia l’angelo sterminatore. In
questo caso: una trappola politica, avere coniugato eventi così
dissimili, uomini criminali e natura criminale tenendo ben fermo
il registro plausibile della narrazione; consentirsi un crescendo,
un assieparsi di folla da epopea in quella che è la grand
scene, la scena madre del libro, quelle barche, quelle lontre,
quelle feluche degli anarchici figli dello Stretto che gabbano gli
sbirri; se non sapessi come tutto questo sia il frutto di documenti
storici centellinati, di appassionate analisi da politologo (lo
so dagli altri suoi libri) finirei per credere anch’io con
Lucaks, con Baktin, grandi critici marxisti, che traghettare la
storia dentro la letteratura paga sempre. Del resto ci hanno creduto
anche Edmund Wilson della Ferita e l’Arco e George
Steiner che marxisti non sono. Il piacere di cimentarsi con quel
giallo politico, sprezzando il rischio che la conclusione così
apocalittica lo schiacciasse letterariamente nella sproporzione,
non nell’azzeramento di uomini e cose, è una specie
di sfida nonostante tutto (e amaramente) scherzosa che gli somiglia.
Tanto che in questo libro si guarderà bene dal dare banalmente
una soluzione al giallo. La soluzione è appunto a portata
di mano, gli uomini del male ci circondano tuttora, la nostra vita
si snoda, per dirla con un autore siciliano di feuilloton
ottocenteschi di successo, (William Galt, nome de plume
di Luigi Natoli) tra i cloni dei pugnalatori inventati ma non tanto,
anzi per nulla da Loteta.
MESSINA 1928 non fu per Messina solo l’anno del terremoto.
E’ l’affascinante giuoco in cui Loteta – con le
lacrime agli occhi - si diverte, perché aggiunge questo suo
mistero ai misteri d’Italia. Vi è qualcuno che abbia
dato una soluzione al caso Moro?
Ho letto e riletto questo libro: l’ho letto anche, a bella
posta, all’incontrario, dal fondo alla cima;
proprio per verificare come regga un libro di cui il finale è
universalmente risaputo. E queste letture - che nessun autore vorrebbe
per i propri libri diffidando dell’acribia dei critici, ma
Peppino mi conosce come ci conoscevano le nostre ragazze di qualche
anno fa; siamo due brave persone e ci vogliamo bene – queste
letture mi convincono che MESSINA 1928 si componga di tre parti.
All’insaputa dell’autore?
La prima è un lungo preludio di 109 pagine. Loteta vi dilata
l’atmosfera, il climax di un libro famoso di Thorton
Wilder, Il ponte di San Louis Rey: come i viaggiatori che
dipanano tutti al futuro i loro destini nella carrozza che sarà
travolta nel crollo di quel ponte, lo stesso accade per l’intera
città di Messina e per i personaggi che Loteta fa via via
entrare in scena. Con solo qualche premonizione sparpagliata nel
testo per sostenere la tensione narrativa. Lo Stretto che ruggisce
dal fondo.
La seconda parte è piccolissima, sproporzionata rispetto
alla precedente: le ultime dodici pagine in cui si raggiunge il
picco scontato del racconto; da non sottovalutare appunto che in
questo intreccio il mondo intero sa dove si va a finire; ma l’abilità
di Loteta è di non farci pensare al risaputo; piuttosto a
procurarci l’ipnosi di un momento terrorizzante stracarico
di simboli mortali, un acme da tragedia greca, di Dei in collera
che non uccidono per un capriccio feroce ma per inesplicabili impulsi;
infatti l’incommensurabilità della tragedia è
di quel genere per cui ti chiedi: ma Dio dove stava? Incommensurabile
questa seconda, brevissima parte, ma non è la conclusione
del romanzo.
Ecco appunto la psicotrouvaille, se così si può
dire, che è tutta nella terza parte, oltre pagina 121, un
seguito virtuale di pagine non scritte ma che si dispongono a libro
chiuso sotto i nostri occhi.
Poiché in quelle pagine non scritte ma leggibili vi sono
i cento anni dell’altra Messina. I cento anni dall’alba
di quel 28 dicembre ai nostri giorni. I cento anni che contengono
anche gli anni delle nostre vite di messinesi venuti dopo, nati
dopo. Ma segnati ugualmente, mutilati da quel disastro, come avessimo
un arto fantasma, l’assenza del famigerato genius loci...
Ossia, secondo me, il genius loci è il luogo dove si raccolgono
le istanze fisiche, ormonali, nervose, uterine della nostra felicità.
A me sembra splendido e pertinente. Pagine non scritte che raccontano
la tragedia di un’assenza.
Perché tutto questo? Il secolo breve (Hobswan)
era appena cominciato quando Messina viene cancellata dalla faccia
del mondo. Ecco, nella sua trama di giallo che si interrompe anch’esso
come per un trauma del racconto, cosa Loteta ci fa intendere, senza
sostituirsi a noi con estremo garbo di scrittore. Il terremoto di
Messina fu una specie di prova generale di ciò che sarebbe
seguito; una accelerazione della storia attraverso guerre, rivoluzioni,
naufragi, olocausti, l’11 settembre a Manhattan. La storia
ci ha come scavalcato; ossia ha scavalcato quella Messina di cui
Loteta ha detto cose sfavillanti d’affetto e di nostalgia,
la peggiore delle nostalgie per via appunto dell’assenza dell’oggetto.
Anche l’attimo fuggente diventò di pietra, tutto si
fermò ardendo come quando al cinema una volta si bloccava
la pellicola e sullo schermo appariva un buco dall’orlo bruciaticcio.
Dice Peppino: fu uccisa una realtà politica, sociale, industriale,
commerciale singolarmente dinamica per quanto andava accadendo altrove
in Sicilia …Ecco, questa inconfrontabilità tra la Messina
che scompare all’alba del 28 dicembre e ciò che venne
poi Loteta la fa intendere, si sostituisce a noi, Loteta si fa interprete
di tutti noi, distratti da altre emozioni, altri cataclismi: invece
di metabolizzare quel lutto abbiamo lasciato che esso rumoreggiasse
dentro, lo abbiamo protetto in silenzio spaventati che si dissipasse
nella smemoratezza.
“Tu sai come stanno le cose”, ammicca Peppino, quando
affida la potenza dell’incipit del primo capitolo
all’entrata in scena del veggente Cammaroto che vede l’avvenire
nel sole. Ed è scelta geniale per aprire un libro come questo,pochissime
parole, sette in tutto: il cammaroto alzò gli occhi verso
il sole. E’ il repere di un In our time hemingweyano
delle nostre letture adolescenziali, mentre il lettore messinese
di oggi sarà lusingato dal sottinteso che Loteta gli offre:
“tu sai come stanno le cose. O dovresti.” Ciò
farà la differenza con il lettore non messinese che comprenderà
ugualmente poichè MESSINA 1928 di Giuseppe Loteta appartiene
a quella letteratura che procede per universali travalicando la
materia stessa di cui è fatta.
Messina
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