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17 novembre 2011

Giuseppe Loteta: il virus della “messinesitudine”
28 Luglio 2011

di fieradautore.it

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22 maggio 2011

I RACCONTI MESSINESI DI PEPPINO LOTETA

di Onofrio Pirrotta

giovedì 19 maggio 2011

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PRESENTAZIONE DEL LIBRO "MESSINA 1908 " di Vanni Ronsisvalle

a Peppino
Per capire il senso di questo libro – perché è bello, perché importante, perché atteso – occorre tenere d’occhio che chi lo ha scritto appartiene alla generazione venuta al mondo ventuno anni dopo il Disastro. Cresciuta a ferite ancora aperte accanto a sopravvissuti che la contagiavano di una verità terrificante. Il verificarsi del desolato vaticinio di una donna inglese, Vernon Lee, una scrittrice che era vissuta a Messina e l’ amava come vi fosse nata. Lo aveva annotato nel suo diario appena l’indomani. Messina, la Messina vera, la Messina nostra è stata e non sarà più: la Messina ventura, sarà un'altra e sarà di altri. Scrivere per chi vive della scrittura è gridare in silenzio. Vernon Lee viveva in Toscana; non lontana dai luoghi frequentati, quasi per sfuggire ad incantesimi ed oscurità della vita messinese dal personaggio di Loteta e di cui Loteta è innamorato; nessuno in questo libro corale ha una centralità assoluta ma se vi è un alter ego dell’autore in queste pagine credo sia proprio Salvemini, con le sue limpidezze politiche con i suoi dubbi esistenziali. Ma non è che uno dei grandi personaggi, con Giovanni Noè, con Francesco Lo Sardo che avrebbero influito sull’autocostruzione, maturazione sociale, politica, etica direi, dell’uomo Loteta che ha in tutto questo tempo salvaguardato tali effimere radici. Ora le ha portate alla ribalta delle nostre anime rianimando maschere di quella Messina.

Così ecco di seguito l’idea che mi sono fatto di MESSINA 1908, il romanzo di Giuseppe Loteta.
Intanto la scelta, perché di questo si tratta, un espediente tutto letterario, di contenere nel piccolo formato la tessitura di un giallo politico montato magnificamente, una macchina a tempo costruita per traghettare altro, per esempio la storia, che si dirama da Messina e rimbalza a Messina e nel contempo sfolgorii e ombre cupe degli scenari politici di una nazione indecisa su come essere tale. E per un libro del genere, libro-di-una-vita (vale a dire che vi si pensa tutta la vita e si scrive in quindici giorni) sembrerebbe un non sense. Ma è la regola non scritta – che Peppino buon lettore, (noi ci siamo messi a scrivere perchè non ne potevamo più di leggere le cose degli altri, adolescenti assolutamente voraci ed onnivori) - di tanti grandi libri dove la morte è personaggio, la morte incombe. Il vecchio e il mare, La morte a Venezia, La morte di Ivan Ilic: come se il tema si portasse dietro la necessità di una sintesi, lasciando immaginare il resto che è appunto della buona e, quando accade, della grande letteratura.
La parola morte non è nel titolo del romanzo di Loteta. Data l’immensità, l’enormità indicibile del suo incombere sarebbe stato riduttivo citarla. Non è una snoberia, non sono le emuntae naris dell’intellettuale come insinuava Gianfranco Contini. Mentre una data accostata ad un nome di luogo che così diventa titolo scavalca, incenerisce ogni rischio di banalità, di enfasi involontaria. Un esempio: la scena della vittima del grande complotto che con piccole croci tracciate sul muro della cella tiene il conto dei giorni che lo separano o dalla sua liberazione o dalla sua morte; è di poche righe; ossia la durata in minuti dell’inquadratura del cavaliere che gioca a scacchi con la morte nel film di Bergman, ma è sufficiente perché quella metafora vi circoli dal primo a l’ultimo fotogramma. A Peppino servono, nella stessa misura, a dare il senso definitivo del libro; prima che l’evento con la maiuscola subissasse anche questo nella sua enormità: leggo da pagina 113…Capì subito di cosa si trattava…un pensiero gli attraversò la mente…Poi non fu più tempo di pensieri. Splendido, da applausi.
Vi sono infatti eventi grandiosi e drammatici percepiti a distanza geografica o temporale – guerre, rivoluzioni, naufragi, epidemie, incendi di città, inondazioni, terremoti ed altre catastrofi naturali, stragi e genocidi – che inducono a fantasticare, penetrano nell’immaginario del ‘sentito dire’, diventano metafore e proverbialità.
L’affondamento del Titanic , la maledizione che soffiava nell’unica vela della Zattera della Medusa, l’incendio della Biblioteca di Alessandria e l’ Incendio di Chicago, la Peste di Milano, la Shoa, l’ Undici settembre. Metafore popolari oppure letterarie, intellettuali, incentivi alla creatività di artisti – pittori, narratori, poeti, cineasti - metafore raffinate o truculente. Ma per la catastrofe che cancellò Messina le cose sono andate diversamente.
Il terremoto del 1908 non ha prodotto fin qui l’opera letteraria che assurgesse a metafora proporzionata all’evento. Non ha prodotto romanzi, racconti, testi lirici; se ve ne sono devono essere così modesti che non me ne sono accorto; nessun grande della letteratura ha lasciato in proposito pagine immortali. Inviarono grida sintetiche come dispacci di agenzia; ne scrissero sollecitati dai giornali Anatole France e Swimburne, Thomas Hardy e Massimo Gorki, i nostri Verga, d’Annunzio, Pirandello… Poche righe di circostanza non dissimili da telegrammi di condoglianze.
Non vorrei spostare l’attenzione dalla vicenda che fa da motore al romanzo, l’intreccio di delitto e politica. Ma certo, era da pensare che sedimentato l’orrore, metabolizzato il lutto nell’ a rebours letterario le grandi opere non avrebbero tardato oltre. Invece negli ultimi cento anni non è accaduto nulla di tutto questo. Qual è il grande romanzo che reperisca un nesso o persino una scelta estetica (ammesso che si possa parlare di una estetica del terremoto) che si coordini ad esso? Il dipinto i cui colori spalmati sulla tela riassumano il pathos dell’apocalisse. Il film?
Se dicessi che così Loteta ha pensato con il suo libro di riempire un vuoto gli farei torto. Loteta è sollecitato da altre pulsioni che appartengono alla sua vita; hanno a che fare con le altre sue inclinazioni, i suoi talenti: saggistici, sociali, ovviamente politici, direi antropologici, con le amicizie contratte con grandi politici del nostro tempo; forse questo gli ha affinato la sensibilità per riconoscere anche nelle catastrofi una logica misteriosa; quale che sia l’angelo sterminatore. In questo caso: una trappola politica, avere coniugato eventi così dissimili, uomini criminali e natura criminale tenendo ben fermo il registro plausibile della narrazione; consentirsi un crescendo, un assieparsi di folla da epopea in quella che è la grand scene, la scena madre del libro, quelle barche, quelle lontre, quelle feluche degli anarchici figli dello Stretto che gabbano gli sbirri; se non sapessi come tutto questo sia il frutto di documenti storici centellinati, di appassionate analisi da politologo (lo so dagli altri suoi libri) finirei per credere anch’io con Lucaks, con Baktin, grandi critici marxisti, che traghettare la storia dentro la letteratura paga sempre. Del resto ci hanno creduto anche Edmund Wilson della Ferita e l’Arco e George Steiner che marxisti non sono. Il piacere di cimentarsi con quel giallo politico, sprezzando il rischio che la conclusione così apocalittica lo schiacciasse letterariamente nella sproporzione, non nell’azzeramento di uomini e cose, è una specie di sfida nonostante tutto (e amaramente) scherzosa che gli somiglia.
Tanto che in questo libro si guarderà bene dal dare banalmente una soluzione al giallo. La soluzione è appunto a portata di mano, gli uomini del male ci circondano tuttora, la nostra vita si snoda, per dirla con un autore siciliano di feuilloton ottocenteschi di successo, (William Galt, nome de plume di Luigi Natoli) tra i cloni dei pugnalatori inventati ma non tanto, anzi per nulla da Loteta.
MESSINA 1928 non fu per Messina solo l’anno del terremoto. E’ l’affascinante giuoco in cui Loteta – con le lacrime agli occhi - si diverte, perché aggiunge questo suo mistero ai misteri d’Italia. Vi è qualcuno che abbia dato una soluzione al caso Moro?
Ho letto e riletto questo libro: l’ho letto anche, a bella posta, all’incontrario, dal fondo alla cima; proprio per verificare come regga un libro di cui il finale è universalmente risaputo. E queste letture - che nessun autore vorrebbe per i propri libri diffidando dell’acribia dei critici, ma Peppino mi conosce come ci conoscevano le nostre ragazze di qualche anno fa; siamo due brave persone e ci vogliamo bene – queste letture mi convincono che MESSINA 1928 si componga di tre parti. All’insaputa dell’autore?
La prima è un lungo preludio di 109 pagine. Loteta vi dilata l’atmosfera, il climax di un libro famoso di Thorton Wilder, Il ponte di San Louis Rey: come i viaggiatori che dipanano tutti al futuro i loro destini nella carrozza che sarà travolta nel crollo di quel ponte, lo stesso accade per l’intera città di Messina e per i personaggi che Loteta fa via via entrare in scena. Con solo qualche premonizione sparpagliata nel testo per sostenere la tensione narrativa. Lo Stretto che ruggisce dal fondo.
La seconda parte è piccolissima, sproporzionata rispetto alla precedente: le ultime dodici pagine in cui si raggiunge il picco scontato del racconto; da non sottovalutare appunto che in questo intreccio il mondo intero sa dove si va a finire; ma l’abilità di Loteta è di non farci pensare al risaputo; piuttosto a procurarci l’ipnosi di un momento terrorizzante stracarico di simboli mortali, un acme da tragedia greca, di Dei in collera che non uccidono per un capriccio feroce ma per inesplicabili impulsi; infatti l’incommensurabilità della tragedia è di quel genere per cui ti chiedi: ma Dio dove stava? Incommensurabile questa seconda, brevissima parte, ma non è la conclusione del romanzo.
Ecco appunto la psicotrouvaille, se così si può dire, che è tutta nella terza parte, oltre pagina 121, un seguito virtuale di pagine non scritte ma che si dispongono a libro chiuso sotto i nostri occhi.
Poiché in quelle pagine non scritte ma leggibili vi sono i cento anni dell’altra Messina. I cento anni dall’alba di quel 28 dicembre ai nostri giorni. I cento anni che contengono anche gli anni delle nostre vite di messinesi venuti dopo, nati dopo. Ma segnati ugualmente, mutilati da quel disastro, come avessimo un arto fantasma, l’assenza del famigerato genius loci... Ossia, secondo me, il genius loci è il luogo dove si raccolgono le istanze fisiche, ormonali, nervose, uterine della nostra felicità. A me sembra splendido e pertinente. Pagine non scritte che raccontano la tragedia di un’assenza.
Perché tutto questo? Il secolo breve (Hobswan) era appena cominciato quando Messina viene cancellata dalla faccia del mondo. Ecco, nella sua trama di giallo che si interrompe anch’esso come per un trauma del racconto, cosa Loteta ci fa intendere, senza sostituirsi a noi con estremo garbo di scrittore. Il terremoto di Messina fu una specie di prova generale di ciò che sarebbe seguito; una accelerazione della storia attraverso guerre, rivoluzioni, naufragi, olocausti, l’11 settembre a Manhattan. La storia ci ha come scavalcato; ossia ha scavalcato quella Messina di cui Loteta ha detto cose sfavillanti d’affetto e di nostalgia, la peggiore delle nostalgie per via appunto dell’assenza dell’oggetto.
Anche l’attimo fuggente diventò di pietra, tutto si fermò ardendo come quando al cinema una volta si bloccava la pellicola e sullo schermo appariva un buco dall’orlo bruciaticcio. Dice Peppino: fu uccisa una realtà politica, sociale, industriale, commerciale singolarmente dinamica per quanto andava accadendo altrove in Sicilia …Ecco, questa inconfrontabilità tra la Messina che scompare all’alba del 28 dicembre e ciò che venne poi Loteta la fa intendere, si sostituisce a noi, Loteta si fa interprete di tutti noi, distratti da altre emozioni, altri cataclismi: invece di metabolizzare quel lutto abbiamo lasciato che esso rumoreggiasse dentro, lo abbiamo protetto in silenzio spaventati che si dissipasse nella smemoratezza.
“Tu sai come stanno le cose”, ammicca Peppino, quando affida la potenza dell’incipit del primo capitolo all’entrata in scena del veggente Cammaroto che vede l’avvenire nel sole. Ed è scelta geniale per aprire un libro come questo,pochissime parole, sette in tutto: il cammaroto alzò gli occhi verso il sole. E’ il repere di un In our time hemingweyano delle nostre letture adolescenziali, mentre il lettore messinese di oggi sarà lusingato dal sottinteso che Loteta gli offre: “tu sai come stanno le cose. O dovresti.” Ciò farà la differenza con il lettore non messinese che comprenderà ugualmente poichè MESSINA 1928 di Giuseppe Loteta appartiene a quella letteratura che procede per universali travalicando la materia stessa di cui è fatta.

Messina

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