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La sensibilità narrativa di Cinzia Pierangelini, vincitrice del premio "Gazzara" 2011 al salone del libro d Messina, si rivela ancora una volta nell'ultimo lavoro In principio fu il mare (Pungitopo, pp.152 € 14).
Le due storie parallele di marginalità sociale si incrociano in una stanza d'ospedale inducendoci a riflettere sulla nostra comune origine a prescindere dal colore della pelle o dal funzionamento intellettivo. Si tratta dico romanzo bello e delicato che dà voce a coloro che nella nostra società sembrano essere gli invisibili. Il libro, con un linguaggio limpido e a tratti evocativo, assolve una funzione etica spingendo il lettore a prestare ascolto e a regalare parole a chi vive di silenzi. Riconoscere l'uomo in ogni uomo: questo il profondo messaggio di humanitas che il mare ci ha infuso sin dal principio e che noi forse abbiamo rimosso nell'approdo.

Carla Biscuso

......settembre 2012

Racconti di sogni infranti che lottano contro la realtà

di Jessica Ingrami

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il CROTONESE 28 giugno 2012

NOTE DI LETTURA DI  SERGIO  SPADARO   

Ho letto la narrazione In principio fu il mare della messinese Cinzia Pierangelini (Pungitopo Ed., Marina di Patti [ME], 2011) e ti invio di sèguito alcune note di lettura.

Non ti sembri strano se parto da lungi, e cioé dalla nozione di realismo, almeno come evidenziata a suo tempo da Erich Auerbach, nel suo fondamentale Mimesis (Il realismo nella letteratura occidentale). Dice infatti al riguardo Cesare Segre che la nozione di “realismo” in Auerbach parve conciliare da un lato la “critica verbale” (o stilistica, alla Spitzer, Contini, ecc.) e dall’altro la critica sociologica d’ispirazione marxista, in quanto – continua Segre – “specchio di situazioni sociali e strumento per criticarle e trasformarle”.

Ebbene, nella narrazione in questione (e tralascio di discutere la qualifica di “romanzo”, pure apposta a inizio del libro), l’aspetto sociologico da riferire alla realtà messinese è dato dai personaggi di: 1) Nino Giustizieri, pensionato ignorante e fascista, alienato tra l’altro dalla sua passione per il consumismo più spinto (il supermercato “angelico”, la TV con i programmi e le rèclames più insulsi, di cui alla critica che l’autrice fa a p. 56), unita a quella per la tecnologia a vario tipo (elettrodomestici, furto della pen drive); 2) pendant del nonno Giustizieri è il nipote Domenico, alias Dodo minorato psichico dalla nascita e perciò docile “strumento” degli errati valori che il nonno gli inculca: la sua fine sarà indice della mancata attenzione e corretta valutazione delle circostanze esterne al proprio sé; 3) il resto della famiglia del Giustizieri, rappresentato dalla moglie Venera, casalinga incallita e succube del marito, e dal figlio Pietro (padre di Dodo), diviso dalla moglie che tenta da parte sua di rifarsi una vita, inizialmente alieno dal prendersi cura del figlio minorato.                                                                            

In contrapposizione a tale “realtà”, sta il personaggio del nordafricano clandestino Mohammed, molto più istruito della famiglia Giustizieri, amante del bello e con idealità “forti”, ma illuso che il contesto messinese-europeo sia consono a garantirgli una vita adeguata alle proprie aspirazioni (Mohammed “adotterà” l’anziano connazionale Karim, che morirà in ospedale).

Strutturalmente, la narrazione alterna ai personaggi siciliani quello del nordafricano, in brevi capitoletti, anzi paragrafetti (intercalati per quattro volte da versi di poeti arabi - veramente esistenti?-, tre di Khalèd Najar e uno di Al-Hallag). A noi giova rilevare che tale “realtà” appare piuttosto limitata e circoscritta, perché un contesto alienato e ideologicamente fascista, sottoacculturato, non può rappresentare di per sé la più vasta e variegata società messinese. 

Comunque, ciò è quanto la narrazione rappresenta sotto l’aspetto sociologico. Ed è a tale “realtà” che l’autrice vuole aderire in maniera quanto più mimetica possibile, adottando scelte linguistiche ad hoc. La mimèsi è infatti perseguita con un pastiche di italiano e dialetto siciliano (nella variante vernacolare messinese, perciò a es. senza la “r”), sia con intere frasi dialettali, sia con singole voci nel contesto italiano (es. povirazza, mischineddu, camurrie, simana). Mimèsi portata persino ad personam , come avviene per il personaggio secondario della cugina di Venera, Benedetta Bellamacina, a p. 139 (finoacché, chesennò, “a zia”), o, per quanto riguarda i nordafricani, anche con qualche accenno culinario (harissa, cuscus, p. 65). E impiegata anche nell’alternanza dei titoli dei paragrafi narrativi (a es. Cu havi saluti è riccu, Vidennu facennu, A tali carni tali cuteddu). Anche qualche frase è costruita secondo la grammatica siciliana, che richiede il verbo alla fine (es. “quella di-sinfettata è”, p. 16). Si avvale infine del lessico straniero, per aderire all’aspetto consumistico, come full-optional, pen drive, okkei, hard discount ( il latino di mors tua vita mea  appare invece solo contingente).

   A livello linguistico (sia considerando l’italiano che il siciliano), tuttavia, l’autrice avrebbe dovuto controllare maggiormente l’impiego delle frasi fatte e dei modi di dire, che sono sempre l’antitesi di ogni espressività individuale. Si cita: “sacramentava come un diavolone” (p. 15), “la gioia del paradiso e le pene dell’inferno lo rosolavano a fuoco lento” (p. 28), “facendole i chiodi” (p. 40), “io ci  tengo a passare sotto alle porte” (p. 68), “suo padre, quella testa di pioppo” (p. 122).

   Diretta conseguenza di tale mimèsi realistica, è anche il largo uso di paragoni. Eccone una silloge: “La sua giovinezza fremeva, scalpitava eccitata come un capretto” (p. 7); “poi tutto era scivolato come un terreno sabbioso che smotta poco alla volta, all’inizio senza frane evidenti” (p. 8); “rizzava le orecchie tale e quale un cirneco che fiuti la pista” (p. 36); “attirato dalle rotondità femminee, così come un diabetico da un cioccolatino” (p.42); “e aspettiamo […] come un novello pescatore che metta un’esca inefficace supponendola prelibata” (p. 47); “per gli altri era un problema: qualcosa che somigliava alla macchia di gelato che si era fatto sul saio bianco della prima comunione” (p. 50); “l’anarchia e la dittatura si fronteggiavano per ore, giorni a volte, come bestiali lottatori di Sumo” (p. 57).

   A parte la stranezza di quest’ultimo paragone, che mette di fronte dei concetti astratti a molto corporei atleti, c’è un altro aspetto che occorre sottolineare. Si tratta dei pensieri “estetici” manifestati da un islamico, che l’autrice estende alla cultura europea contemporanea, a nostro giudizio arbitrariamente: “Solitario, a tratti, un barlume di bellezza: […] una finestra bifora od ogivale che finalmente spacca la serie di orribili rettangoli della modernità” (p. 114). La storia dell’architettura occidentale del Novecento sta a dimostrarlo a prescindere dai palazzoni della speculazione edilizia.

   Per concludere, la prova narrativa della Pierangelini è tutto sommato convincente, anche con i suoi difetti.

 

   31 maggio 2012    

                                                                                   

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15 gennaio 2011

In principio fu il mare: Mani, e parole, come ragni

Un tappeto non è solo un intrico di fibre annodate con cura e gusto. Questo, Karim lo sapeva già. L'aveva intuito sin da bambino, seguendo le mani di sua madre, veloci come ragni, su quel mondo di fili tesi a ingabbiare la vista e l'immaginazione. Un nodo dopo l'altro: punti fermi creati nello spazio, a riempire il vuoto. Gradini e congiunzioni in bilico su un filo, per un viaggio della mente. Dallo scheletro del telaio sorgeva, pian piano, un mondo variopinto che reclamava altri intrecci e legature e significati: domande e risposte o, magari, lo stesso soggetto ripetuto all'infinito, in un'enorme scacchiera. Da perderci gli occhi e la ragione.
Era un universo di illusioni fatate, di miraggi, di inaudite libertà che, perdendosi nelle trame, intrecciato a una sapienza millenaria, diventava innocuo. Non tutti gli occhi erano in grado di vedere tra le maglie dei sogni, camuffate con colori e simboli tipici; ma di certo, questo supponeva Karim, chi aveva scritto la storia del Tappeto Volante doveva conoscere questi significati. Doveva pensarla come lui: aver percepito che inventare un tappeto, anche se non volerà mai, ti permette di andar via, di essere libero, di parlare il tuo linguaggio più puro.

Parte lenta, questa storia, come una barca a vela senza vento, che ondeggia pigra nel mare in attesa di quel refolo d'aria per andare da qualche parte, purché sia lontano. E l'attesa non è vana, per il natante-lettore, che superato lo scoglio di poche pagine si ritrova avvinto da voci di sirene che lo richiamano e lo inducono a leggere, ad andare oltre; lontano. E lontano è il luogo che raggiunge uno dei protagonisti, deciso a rinunciare a tutta la sua vita pur di conoscere questo posto leggendario, pur di toccare con mano quel miraggio che alla fine per lui, e per tutti quelli come lui, rivela il suo vero volto: una maschera triste e disumana che ben poco ha della fata, bensì ricorda forse quelle mostruose di Erinni, oppure Scilla e Cariddi, sempre in agguato anche quando il mare è solo un ricordo, o un profumo. E mentre il viaggiatore riflette sui motivi che lo hanno spinto a intraprendere quel viaggio infernale, altri viaggiatori vengono rapiti da abili mani che tessono e tramano intricate forme che sembrano davvero fatate ai loro occhi e che si dipanano sul tessuto come tela di ragni, dolci ragni che veloci e invisibili creano dei veri e propri miraggi; e alla fine quei viaggiatori sarebbero pronti a salire su quei miraggi e farsi trasportare in aria compiendo il loro viaggio al contrario verso il luogo da dove il primo viaggiatore è venuto. Sopra quel mare dove l'acqua è sempre la stessa, è solo la prospettiva che cambia. Dove, forse, per l'uno e per gli altri, non ci sono creature mostruose, e forse nemmeno fate, ma c'è di certo ancora un po' di quell'umanità che tutti vorrebbero trovare prima, o alla fine, di un lungo viaggio.

Luigi Brasili

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