L’esistenza terrena che travalica i confini creati dalla materialità. Una raccolta edita da Pungitopo
Giuseppina Rando ci fa dono, con la sua antologia di racconti dal titolo Nel segno (Riflessioni critiche diZina D’Amico, Pungitopo, pp. 122, € 10,00), di undici affreschi di un mondo al confine tra il magico e il reale, il cui comune denominatore ritroviamo nei temi della malia e della natura, del tempo e della memoria, dell’inarrestabile ricerca e dell’amore.Le storie contenute in questo volume hanno come protagonisti uomini e donne “segnati” da una grande integrità e onestà di pensiero. Ognuna di queste figure, impegnata in un particolare percorso di vita, si dischiude sempre su una dimensione trascendente, al di là del gretto materialismo. Un alone di mistero pervade, come un penetrante effluvio, le vicende dei personaggi che partecipano alla grande rappresentazione dell’esistenza.
Gli elementi paesaggistici e naturali, richiami di una Sicilia rurale e selvaggia, nella narrazione della Rando, non vengono mai declassati a semplice scenografia di fondo, ma acquisiscono piuttosto una valenza di autentica interazione. Le forze naturali interagiscono nel vissuto dei protagonisti cospargendo di segnali il sentiero battuto dall’uomo durante il viaggio della vita. Così in uno scenario immaginifico, potente e avvolgente, che dona all’uomo-materia una dignità superiore, può capitare che qualcuno si tramuti in vento, che qualcun’altro sparisca «nel cielo dentro una collana di fiori di mandorlo» o voli via con le sembianze di un gabbiano verso il mare. Una trasfigurazione poetica che rende plausibile che animali si trasformino in pietre e stelle diventino fiori.
Nel cerchio dell’esistenza, lo sguardo dell’uomo si volge verso l’assoluto, in uno slancio rilkeiano che scorge il Dio, il Tutto, persino nella figura del pastore che consuma la propria esistenza in stretto contatto con l’imperscrutabile Natura. «Ecco perché Don Giovannino trascorreva tutta la giornata in campagna tra l’azzurro del cielo e quello del mare, dove poteva vivere un’esistenza quasi magica. In alcuni punti dell’isola, […] la realtà assumeva una dimensione rarefatta, di un lirismo sottile […]. Solo tra gli alberi o tra i vigneti […], nel fruscio lungo e lieve dei pini, dei castagni, degli arbusti, nel borbottio cupo e lento del mare s’era abituato a sentire la vanità delle cose, degli avvenimenti».
Giulia, in Un alito metafisico, afferma: «La poesia è verità, ma non la verità prevedibile di un ragionamento, ma l’esito misterioso e inatteso di un incontro», quasi un’epifania, rivelazione improvvisa di quegli elementi che nobilitano una condizione diversamente ridotta a un meccanico agire. «Tutti siamo curiosi, ci poniamo mille domande, alle quali vogliamo sempre e comunque dare delle risposte. Ma la vita, le cose reali si rinnovano continuamente e si ripetono, solo l’uomo non si ripete, non può tornare. Noi siamo affetti da una malattia che sta nel nostro stesso crescere, in questo continuo interrogarci». Ma l’essere umano, nel suo inappagato e smanioso desiderare, va incontro a due conseguenze opposte: se da un lato la costante ricerca ne arricchisce lo spirito, dall’altro rischia di sopraffarlo nel momento in cui ogni anelito, ogni sogno, viene distrutto dalla ragione e dall’ingordigia non misurata.
«Perché l’uomo si affatica ogni giorno sotto il sole? […] c’è chi viene e c’è chi va… Sento che c’è la bramosia di qualcosa che sfugge; se si ottiene ciò che si desidera, subito dopo se ne desidera un’altra e poi un’altra… I fiumi vanno verso il mare, ma il mare non si riempie mai, anche la vita… Anch’io cerco qualcosa che non trovo, cerco l’amore». I personaggi che popolano questi racconti sono contraddistinti da una delicatezza che li rende quasi eterei ai nostri occhi e di contro però, nel loro continuo “andare”, danno prova di una forza senza eguali nel contrapporsi alla mala sorte o a una «normalità artificiosa»; sono giunchi percossi dal vento che tuttavia non si spezzano e continuano a conservare la propria dignità e voglia di amare, nonostante il frantumarsi dell’illusione.
La scrittrice ci consegna un prezioso messaggio attraverso le ardimentose parole di Gelio, protagonista de Il clone: «Forse in un’altra vita sarò stato un gabbiano, avrò cantato un canto senza parole; solo suoni. Un canto di chi, vinto, non si rassegna». Ciò che definisce questi uomini e queste donne è il loro essere testimoni indiscussi di «un amore che vince la barbarie». Ripetutamente, tra le strofe che compongono questo racconto, fa capolino il tema della memoria che preserva il ricordo dal deterioramento causato dal flusso interminabile del tempo. «La realtà storica […] non esiste più, esistono le immagini, i sentimenti […], esiste la memoria». Essa ci consente di fissare «[…] visi noti, familiari e anche visi sconosciuti che emanano odori e sapori di una vita perduta, di una vita che torna alla memoria. Memoria del passato. Ma quale passato? Quello fisico della materia o quello dello spirito? Entrambi». Le forme d’arte soggiacciono a questo compito: catturare gli istanti per consegnarli all’eternità, poiché «spirito è anche l’uomo che ricorda». Infatti «tutto ciò che lo spirito non esprime, resta materia inerte, resta notte eterna»; ricordare è invece portare alla luce, strappare via dalle tenebre dell’oblio, in un continuo scambio tra ascolto e dialogo.
Un arcano vento aleggia sulle vite del genere umano; alla sensibilità personale di ognuno è affidata la possibilità di percepirlo in maggiore o minor grado, ma i segni permangono, e tutt’intorno a noi ne ritroviamo le tracce, basta mettersi in ascolto. È possibile vederli nel penetrante atto di scavare che fa Filippo, in L’America dei miracoli, per ricongiungersi alla Madre Terra o nella persona di Vittoria che, in Come lama affilata, viene «[...] considerata da tutti parte integrante di quel mondo di venti, di perturbazioni ed elementi arcani».
Maria Gerace
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(www.excursus.org, anno IV, n. 32, marzo 2012)
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