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21 settembre 2015

Un commento di   Ester Monachino

Ecco dunque GOBBA A LEVANTE con tutte le lunazioni: quelle sideree, a dire di un tempo trascorrente, e quelle umane in cromaticità di emozioni e sentimenti. Le lunazioni dell’esistere, pertanto. E’ un libro aperto, un cielo aperto, una finestra sul vivere in questi versi. E’ come dire l’autunno metaforico umano di cui si ha sentore negli anni. Di certo non si hanno tutte le risposte, tutte le risoluzioni: i dubbi, i pensieri provvisori permangono e fanno pronunciare: “Chissà  se giungeremo/ allìestremo tornante del viale/ con il fare spigliato/ di chi ha compreso i segni/ del viaggio”.Pensieri non vaporizzati, quotidiani, centrati sull’uomo e i suoi valori, pensieri presenti sulle problematiche del vivere, non urlati non deliranti ma liricamente intensi e quieti di fiume profondo e in piena nel dire la dicotomia dell’acqua e dell’arsura interiori; nel dire le attese e le epifanie, i sipari tenebrosi e le magie di luci.
Diventa prensile, nella lettura, il vibrare dell’esistere con le sue ragioni più vere e profonde: il poetare non è fine a se stesso ma è fusione di realtà  e sogno, di sentire espresso con un versificare sobrio e fluido, dove lo spazio della vita è ben contenuto nello spazio della poesia.

                                                                                           

...11/05/2012

Gobba a levante

recensione di Franca Alaimo

Il titolo di questa silloge di Nicola Romano, che riporta la prefazione di Paolo Ruffilli, allude alla gobba lunare rivolta ad oriente, quando il bianco astro sia avvia alla sua oscurità temporanea che la sottrarrà alla vista degli uomini. Ovviamente, ci troviamo davanti ad una metafora, il cui senso riporta alla fase declinante della vita. Oltre ad una sequenza di versi molto significativi, dalla loro lettura si evidenzia il timbro complessivo, ovvero la nota di testa, come si dice nell’arte difficile e raffinata della distillazione dei profumi; quella stessa nota che Romano fa uscire attraverso la propria voce e con l’atteggiamento stesso del corpo, altro linguaggio sul linguaggio. La Dickinson trascorse gli ultimi anni della sua vita relegata in una stanza, ma in fondo, quello che sentono i due poeti è lo stesso: è il mondo ad essere una prigione ad essere stretto tra “i ceppi alle inferriate” ed è proprio la stanza di Emily, così come per Nicola “l’angolo di stanza/ dove matura anima e pensiero“. Questa è, per restare nel gergo dei profumieri, la nota di cuore: l’esaltazione della libertà interiore assicurata dall’esercizio della poesia, che rappresenta anche, come ogni altra espressione artistica, un viaggio all’interno di sé, un audace cammino di conoscenza. Il tempo, quello del mondo esterno è “ingrato e vuoto”; e noi lettori siamo chiamati a domandarci perché il poeta lo recepisca in questo modo; la lettura dei testi confermano, in verità, una scontentezza di tipo comunicativo, un tedio infinito delle parole quotidiane perdute. È ancora una volta il senso di soffocamento a prevalere, rappresentato, sì, dalle cose, ma che sta fuori delle cose stesse, perché è uno stato d’animo ricorrente, alimentato, fra l’altro, dagli eventi mondiali, dalle catastrofi, dal degrado morale, dallo stesso ambiente urbano disgregato, caotico, senza consapevolezza storica.

Ecco, allora, farsi strada, l’ultima delle tre note; quella di fondo, la più persistente, che sale poco a poco fino a rivelare l’origine del travaglio; e questa è la nota di morte. Il libro ne trabocca (già dal titolo) e in alcuni testi essa preferisce manifestarsi attraverso una serie di correlativi oggettivi o attraverso un certo colore lessicale, ma c’è un testo in cui raggiunge un picco desolato e un’angoscia senza rimedio, ed è quello che s’intitola lapidariamente “Ai Rotoli”, che è uno dei cimiteri più noti ed affollati di Palermo. Viene immediatamente alla memoria la famosa antologia di “Spoon River” di Edgar Lee Masters, poiché anche in questo caso si passano in rassegna, attraverso le iscrizioni sulle lapidi, le biografie di molti deceduti. Ma si tratta di una somiglianza apparente e superficiale, perché, a parte la brevità degli accenni biografici, questi ultimi non son raccontati dal morto, come accade nel testo dell’autore americano, ma tratti fuori dalla retorica della commemorazione dei vivi che si affidano per lo più a frasi fatte, spesso bugiarde che danno una dimensione di spessore minore a queste vite già andate e in qualche modo banalmente comunicate ai visitatori. Per tutte queste cose Nicola Romano scrive, lui che vede le proprie iniziali dentro l’INRI della croce cui sta appeso il Cristo: per trovare il suo vero luogo, il suo vero tempo, la vera armonia del canto, poiché la sua poesia ha la grazia del canto. Egli cura con pazienza la musica dei versi, li rende armoniosi attraverso una fatica così amorevole che non ci si accorge nemmeno che abbiamo di fronte testi spesso confezionati secondo il ritmo degli endecasillabi, a testimonianza di una misura conquistata e di una volontà di rimanere dentro la più feconda novità che sa essere sempre la tradizione. 

.... anno IV, n. 33, aprile 2012

Memorie riportate in vita nel tenue bagliore lunare

di Maria Gerace

In una silloge edita da Pungitopo, una riflessione per afferrare cosa tiene unito l’uomo in un universo metropolitano affetto da nevrosi.

I versi di Nicola Romano hanno il potere di svelare l’incorporeo e di renderlo palpabile e reale; ci fanno toccare con mano tramonti e stelle, ci fanno indossare abiti tessuti di vento. Gobba a levante (Prefazione di Paolo Ruffilli, Pungitopo, pp. 80, € 12,00) crea un meraviglioso intreccio di momenti: memorie costruite di parole sospese su ripiani di silenzi e attese, luci esili che schiariscono in albe soffuse e scompaiono nei nebulizzati tramonti del tempo. Un tempo, quello esperito dal poeta, fatto di contrazioni; egli stesso confessa: «sarà di certo perché la mia vita / ormai somiglia ad un caffè ristretto» o ancora tra le righe di Noi due: «Disponiamoci adesso a nuovi giorni / coi nostri pochi sogni a buon mercato […] // Dalla vista scompaiono rondoni / e noi abbracciati al mondo che rimane».
Nella Prefazione, Paolo Ruffilli osserva che, attraverso la fruizione della sua poesia, «ci si muove nella mitologia del quotidiano e nel suo paesaggio privilegiato, quello urbano con i suoi esterni […] sempre ai limiti di una follia che assedia gli uomini» lanciati a questo punto verso una «nevrotica rischiosa separazione dalla natura e dal suo nucleo vitale». E come in un dipinto futurista in cui le pennellate diventano metafora della velocità, sotto un cielo che albeggia e si oscura in un battito di palpebra, il poeta lamenta: «Sopra una landa di fumose albe / il nostro nutrimento è di sventure / e tra sommari e articoli di spalla / gridano forte il bieco e la follia: / stanno innalzando montagne / sulle nostre paure / e con le nostre paure». Perduti sono gli uomini in un brusio incontinente di voci, in un esubero di rumori che tolgono respiro al misurato silenzio della riflessione: «Oramai / ci incontriamo per caso / nei comuni deserti quotidiani / e ci contiamo urbane dissonanze / le stringhe dentro al petto e le campane / sconfitte da sirene e compressori». La metropoli avvinghia gli individui nelle sue logiche gettandoli nella spirale di giorni dai ritmi stralunati e riservando loro incontri fugaci che si consumano in gesti di circostanza.
La silloge di Romano indaga a fondo i meccanismi e le modalità d’impiego della parola, mezzo espressivo dalla duplice accezione: a volte ponte che permette di esplorare insoliti territori, a volte causa di interruzione di un processo comunicativo che precipita nell’incomprensione. L’incomunicabilità è figlia di un tempo dominato dalla difficoltà insita nel rapportarsi con l’altro, in un intricato sistema di relazioni umane: «Poi che perdute sono le parole / nel secchio oscuro delle incomprensioni […]. // Poche e rare parole / a volte una soltanto / per allentare i ceppi alle inferriate / per riportare il vuoto dei sospiri / in un cesto di sillabe pensate». Sono potenti queste parole, cemento per edificare e costruire, dardo che trafigge e uccide, e come tali andrebbero adoperate con estrema cautela: «Ed è dura fatica / scolpire le parole / per gridare all’aperto / il senso butterato della cose».
Nonostante l’essere umano ne faccia un uso smodato, nel laboratorio sperimentale della vita, il potere di esse travalica spesso la sua comprensione e lo rende vittima di automatismi che ne sviliscono l’effettivo valore: «Corde vocali / smosse senza sale / un baratto di voci / stridule e senza succo / due frasi fatte […] / e invece gradiremmo / chiacchiere in si bemolle / sguardi più chiari / come di lumiera / strette di mano / da succhiare il cuore / e baci veri / sbavati sulle guance». Un vero e proprio inno rivolto al recupero di una dimensione più vera dell’esistenza e dell’umanità intera.
Finito è il tempo delle Grandi Narrazioni, dei luoghi di comune incontro e scambio, e sempre più potente è l’attrazione esercitata dal ripiegarsi del singolo individuo su se stesso, infatti: «Tutti i giorni / si va in cerca di chiavi / per aprire quei cuori serrati / come scaglie di quarzo nel granito / e distanti dal vero della vita» e «Anche il cuore degli altri / sembra farsi straniero / se dentro assale / un palpito ferito». Dalla parola di consumo il poeta ci esorta al coinvolgimento che è ricerca e costruzione di senso. La complessità di instaurare relazioni e inserirle nella dimensione della vita vera, reale, si concretizza in cenni fugaci e frettolosi, manifestazione di assenze profonde laddove sono presenti solo contingenze superficiali: «…poi sopraggiungi qui / come un album scovato nel cassetto nell’umida mitezza della sera […] / Pesa molto fermarsi / a carezzare i bordi d’un pensiero […] / Pesa tanto (mi credi?) / assumerti nell’area dei ricordi / e tra rabberci e avvisi da pagare / dovere maneggiare la tua assenza».
L’autore traspone molteplici rappresentazioni su fogli prima intonsi e materializza con grazia suoni e astrazioni che ci danno realmente l’impressione di percepire il rumore sonoro delle tessere dei giorni che si staccano da un puzzle compiuto, per disintegrarsi nello spazio e nel tempo: «e come dire giorni questi giorni / che immemori cadono e veloci / dai quadri rossi e blu del calendario / come valanga sui bianchi crinali». Il poeta tratteggia una dimensione in cui diventa oggettiva la sensazione di vedere quel tempo che scorre e «smemora stagioni», quel «tempo che annerisce sulle case» materializzandosi come un bruno colore agli occhi di chi osserva, mentre intanto ha trascinato via con se momenti, ricordi e persone.
Il percorso compiuto nell’arco della vita, le esperienze vissute durante l’arduo cammino in una realtà di metropoli chiassose ed affollate, conducono l’uomo-poeta a concludere così: «Le mie favole ormai sono impigliate / nel roveto di giorni senza fate, / nel ginepraio di gnomi senza volto / che affollano la tela del mio tempo […] // Perdonami – nell’ora delle stelle – / se trovi le mie favole affondate / a ventimila leghe sotto il cuore».

Maria Gerace

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(www.excursus.org, anno IV, n. 33, aprile 2012)

Presentazione del volume alla libreria Modusvivendi, Palermo, domenica 19 febbraio 2012

Gobba a levante è  l’ultimo libro di poesie, in ordine di tempo, di Nicola Romano. Una raccolta in cui i testi si sfrondano quasi all’essenziale, il lessico si fa liquido e scorrevole, elegante nella proposizione proprio per quel raro concedersi alla parola inusuale spesso utilizzata nelle precedenti raccolte. Anche nella misura metrica si avverte una mutazione: l’endecasillabo, verso principe nella poesia del Nostro, non è più esplicitato quasi pedissequamente, ma ha acquistato la naturale abilità di virare verso un andamento più libero grazie all’associazione con quinari e settenari e all’uso dello jambement. Poesia della maturità, che diviene pensosa, greve del vissuto, quello gioioso e quello dolente, ma anche quello meditativo e quello spirituale. Il linguaggio è diretto, privo di orpelli e sostenuto da una scelta lessicale raramente esornativa. Gobba a levante è il quotidiano che si fa poesia umbratile e assorta. Se nella nota introduttiva alla raccolta Paolo Ruffilli parla di “mitologia del quotidiano”, io oso affermare che Nicola Romano in queste poesie ha delineato una sorta di mitografia personale, un disegno entro il quale il vissuto dell’autore e quello della realtà sociale che lo circonda generano una verità mitopoietica, quella del tempo in cui viviamo, quella che produce i miti correlati alla realtà attuale: l’ambizione, l’ingiustizia, il catastrofismo, la sovraesposizione mediatica. Un “mare magnum /che già promette buche e spaesamenti/col primo notiziario delle sette”, come denuncia il poeta ne Il lamento del giusto. Occorre dunque aspettare per trovare “le chiavi/ per aprire quei cuori serrati”, ma l’attesa è dura per chi “attende risposte in sintonia/con i percorsi azzurri del suo cielo” e allora è necessario tenersi la chiave di quella stanza “dove matura anima e pensiero”, la stanza della poesia.

Gobba a levante, luna calante, recita un detto popolare. E nella metafora assunta da Romano a titolo della raccolta è iscritto il cammino esistenziale che inizia con un raggio di sole frantumato sulla pelle come “un dolore antico/che concupisce/e prende da lontano” e che continua nell’incertezza di “aver compreso i segni del viaggio”. Siamo al centro dell’avventura umana, nel tempo dei bilanci, nel luogo in cui “non si disvela/l’esatta dimensione del presente”, nel silenzio delle parole perdute “nel secchio oscuro delle incomprensioni”. Ma l’artista non si adatta al disagio dell’esistenza,  attinge all’immaginario collettivo per lasciare affiorare la sua energia creatrice e generare la suggestione, l’emozione che scava e fa emergere la forza che risana.  In questo quotidiano andare si alternano le due fasi cardinali dell’esistenza: il buio e la luce, la rotazione vitale che il poeta sostanzia con la scelta di termini contrapposti: il sole e la luna, l’alba e l’oscurità, “sciabole di luce e annottamenti”. La luna è presenza costante nel dettato lirico di Romano, ma anche nella sua simbologia notturna il poeta non legge presagi di oscurità perenne, intravede piuttosto il riposo, la saggezza della pausa che prelude alla nuova fase. La luna è la Dea Madre e si correla alla fertilità, all’amore, alla donna, è la Dea Triplice, archetipo femminile nelle tre declinazioni di giovane-madre-vecchia: nascita, equilibrio e riposo.

Ed il tema nodale di questa raccolta è la sostanziale presa di coscienza dell’inevitabile percorso a cui siamo assoggettati; in questo senso il discorso poetico di Romano si fa universale. “Come chiamare vita questa vita/che impassibile volge e si consuma/col tempo di una bolla sopra il lago”. E’ l’aporia, l’impossibile risoluzione di un dubbio espressa attraverso il traslato poetico. Nel turbine dello spaesamento di fronte all’irrisolvibilità della problematica esistenziale il poeta trova la sua maniera di adattarsi: “Disponiamoci adesso a nuovi giorni/coi nostri pochi sogni a buon mercato”. Ma non è della poesia risolvere le querelles filosofiche, semmai lo è porvisi di fronte e indagarne le questioni con onestà, chiedersi sommessamente, con pudore “Chissà chi lascerà maggiore segno/se l’assorto viandante per quartieri/o queste pietre cariche di tempo”. Il tratto più importante del percorso umano è stato superato, i germogli sono ormai frutti, le rondini hanno lasciato il nido per cercare il proprio cielo, ma “abbracciati al mondo che rimane” c’è ancora tempo per aspettare nuove lune, per esplorare altri luoghi “a dispetto degli anni scartocciati nel taschino”. Rari sono i luoghi in cui resistere, scrisse Zanzotto, uno è quello della poesia.

Anna Maria Bonfiglio

.......10 dicembre 2011

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