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..... aprile 2012

Un antico tempio in Sicilia avvolto da misteri e segreti

L’ubicazione corretta del luogo di culto dedicato alla dea Diana studiata in un saggio Pungitopo

Nel volume di Claudio Saporetti Diana Facellina. Un mistero siciliano (Pungitopo, pp. 182, € 14,00) la Piana di Milazzo diventa lo scenario di un racconto che oltrepassa i confini divulgativi del saggio storico per assumere le sembianze di un vero e proprio mistero. Protagonista è il tempio di Diana Facellina, attorno al quale ruotano una serie di enigmatici segreti e interessanti scoperte.
Al primo capitolo è affidata la ricostruzione della leggenda legata al culto di Diana Facellina (o Fascellina). Le coordinate mitologiche sono note. Si narra che l’eroe greco Agamennone, prima di salpare alla volta di Troia, avesse recato un’offesa alla dea Artemide (nome greco di Diana). Per riconquistare il favore degli dei e propiziare la buona riuscita del viaggio, il re di Micene sacrifica la figlia Ifigenia. Tornato vittorioso dalla rocca di Ilio, Agamennone trova la morte per mano della moglie Clitemnestra, inorridita dal sacrificio della figlia.
A questo punto il mito si intreccia con la storia di Oreste, figlio di Agamennone e Clitemnestra. Accecato dall’odio e bramoso di vendetta, Oreste pone fine alla vita della madre, contravvenendo alle leggi che regolano i delitti di sangue. Il giovane, perseguitato dalle perfide Erinni, per lungo tempo, è costretto a fuggire. Giunto a Delfi, riceve dall’oracolo l’ordine di andare nella Tauride e di recuperare un’antica statua lignea di Artemide. Malgrado le difficoltà, il giovane Oreste riesce a impossessarsi del simulacro della dea e ne diviene il custode. Il nome “facellina”, o “fascellina” deriva dalla credenza che Oreste abbia avvolto la statua con fascine di legno per proteggerla da eventuali saccheggi. Numerosi sono i siti che vantano la presenza del simulacro di Diana, ma l’autore ha motivo di credere che sia proprio il territorio della Piana di Milazzo a ospitare la statua. La presenza di un tempio dedicato alla dea sembra avvalorare questa ipotesi.   


Annotazioni preliminari sul terreno di ricerca

La prima parte del volume è dedicata alla ricomposizione geografica del territorio della Piana, come questo doveva apparire originariamente. Attraverso l’utilizzo di numerose fonti, Saporetti si impegna a ricostruirne l’impianto urbanistico e naturalistico originario. Il saggio è costellato da dettagliate descrizioni di fiumi, di cui oggi rimangono solo alcune deboli tracce, di paludi, fontes, purgamenta e di un’antica strada romana, la Via Valeria.  Il quarto capitolo riprende le fila della narrazione. L’autore, nel tentativo di ridisegnare i confini che un tempo circoscrivevano la zona della Piana, fa ricorso a una fonte particolare: la battaglia tra Ottaviano (Cesare) e Sesto Pompeo. Il territorio, rimasto coinvolto negli scontri tra i due generali romani, è in definitiva il triangolo della Sicilia Orientale. Nella descrizione dell’autore, il territorio si presentava allora, ma è così ancora oggi, salvo qualche stravolgimento umano, nella forma di un “castello”, cinto da impenetrabili mura naturali.
Non è un caso che proprio la Piana venisse favorita, tra le altre, come zona di combattimenti. Le montagne circondano il territorio su tre lati, costituendo una sorta di penisola fortificata raggiungibile solo dal mare. Agli occhi dello storico Saporetti, ma verosimilmente anche a quelli degli antichi guerrieri romani, la zona doveva apparire come una fortezza naturale; ideale per i combattimenti e forse anche per l’edificazione di un tempio. A questo punto la narrazione si interrompe e si concede il breve spazio di una riflessione. Alcune considerazioni di carattere etico e ambientale rimpiazzano il rigore e l’imparzialità che normalmente si devono alla storia. Negli anni, il paesaggio della Piana è stato fatto oggetto di progetti urbanistici scriteriati e imperdonabili opere di rinnovamento, che ne hanno interamente compromesso l’originaria bellezza. Con l’intento di riportare alla luce l’antico splendore della Piana, Saporetti compie uno straordinario salto all’indietro e sgombera il campo dalle brutture dei nostri tempi. Prima di tornare a riflettere sulle coordinate spazio-temporali del tempio di Diana, l’autore mette a disposizione del lettore un elenco di rinvenimenti e preziose carte archeologiche. Il ritrovamento di terme e manufatti di epoca greco-romana, lungo il perimetro interessato dalla ricerca, attesta la presenza di piccoli centri abitati che probabilmente dovevano estendersi nella zona circostante al tempio.  


Esiti della ricerca

Convitati di pietra di questi ultimi ma importantissimi passaggi sono alcuni noti storiografi del mondo classico. Malgrado l’opacità dei contenuti a disposizione, nelle ricostruzioni degli storici antichi Saporetti rinviene maggiore rigore analitico di quanto non ne abbiano mostrato studi più recenti.
L’ipotesi di partenza è che la reale ubicazione del tempio corrisponda al luogo in cui le antiche testimonianze collocavano i pascoli delle vacche del Sole. Messa da parte ogni possibilità di rintracciare solide certezze sul terreno delle più attuali ricerche, l’autore si affida, in queste ultime mosse, alle ricostruzioni geografiche e mitologiche del poema omerico. Alcuni passi dell’Odissea, riportati nel testo, suggeriscono una profonda somiglianza tra i pascoli delle vacche del Sole e il luogo dell’Artemisio o tempio di Diana.
Combinando queste antiche testimonianze con le più recenti, Saporetti individua nella zona a est di Milazzo il luogo che ospitava l’antico tempio. In conclusione, sono quattro i siti in cui sembra possibile immaginare la presenza del tempio, ognuno dei quali presenta condizioni morfologiche e geografiche che tuttavia sollevano non poche perplessità.
Prima di congedarsi, l’autore auspica che una più fortunata ricerca possa in futuro fugare ogni dubbio rimasto irrisolto.

 Giuliana Sanò

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(www.excursus.org, anno IV, n. 33, aprile 2012)

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