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.......gennaio 2012

Tolstoj e l’esperienza  della "Jasnaja Poljana"

 di Giuliana Sanò

L’idea di progresso e il metodo  pedagogico secondo lo scrittore,  in un saggio edito da Pungitopo

La sperimentazione formativa che Lev Tolstoj realizza tramite la fondazione della scuola “Jasnaja Poljana” fa da sfondo al quadro teorico del saggio La religione del progresso e i falsi fondamenti dell’istruzione (a cura di Giuseppe Iannello, Pungitopo, pp. 74, € 9,00). Il testo viene pubblicato nel numero 12 della rivista Jasnaja Poljana, fondata e guidata dallo stesso Tolstoj. Un lavoro che nasce, nelle intenzioni dell’autore, in risposta alle provocazioni teoriche sollevate dal “signor Markov” (Markov Evgeneij L’vovic), scrittore e insegnante, oltre che strenuo difensore della causa progressista.
Tra le righe di questo confronto si legge il tentativo di sferrare un attacco frontale all’idea di progresso tout court. L’autore nega ogni consistenza pedagogica alle convinzioni espresse da quelli che lui nomina i “fedeli del progresso”, i quali sono soliti interpellare l’esigenza dei tempi  come unico criterio valido per l’insegnamento. A questo assunto storicista Tolstoj contrappone l’evidenza di «un pensiero che posso fare solo col pensiero e non discutendone il suo posto nella storia».

 Per una critica del progresso

La prima parte del saggio si concentra sugli esiti fallimentari della posizione storicista. Ciò che l’autore si sforza di dimostrare è l’impossibilità di stabilire criteri univoci e universali, come invece vorrebbero i fedeli del progresso, quando si entra in contatto con la multiforme natura del pensiero. L’idea di un legame imprescindibile tra le trame del progresso e la realizzazione di un benessere universale crolla di fronte alle argomentazioni di questo saggio, che compiutamente ne dimostra l’infondatezza.
Tolstoj si chiede come sia possibile affidare a una superstizione la guida spirituale delle coscienze dei popoli. Credere, infatti, che il progresso possa distribuire somme di benessere a tutti, e a ognuno in parti uguali, è una superstizione, neanche poi così innocente. Non è dimostrabile, in termini di benessere, come il miglioramento dei mezzi di trasporto o la commercializzazione di nuove ed esotiche merci possano soddisfare le esigenze di un contadino russo o di un operaio francese. L’asimmetria che regola il rapporto economico di domanda e offerta non può che generare falsi desideri e sedimentare occulte relazioni di potere, dalle quali risulta esclusa la stragrande maggioranza degli uomini.
Il falso mito della democratizzazione del sapere, attribuito all’invenzione della stampa, viene smascherato da Tolstoj – che certamente non intende negarne l’importanza, ma si limita a dimostrarne i retroscena. L’autore si serve di un caso esemplare, l’Editto del 19 febbraio 1861, in cui lo zar Alessandro II decreta la liberazione dei servi della gleba senza però tener conto delle richieste di ridistribuzione della terra, per mettere in luce la reale posizione degli organi di stampa. Questo episodio, secondo lo scrittore, mostra il legame ideologico e politico tra gli istituti del potere e la stampa; quest’ultima sarebbe colpevole di aver negato l’esistenza di un problema, quello della redistribuzione della terra, per assecondare l’indirizzo anti-democratico della campagna politica ed economica russa di fine Ottocento.
Il controllo elitario degli organi di stampa e dei mezzi di produzione è sufficiente a Tolstoj per ridimensionare la parata progressista. Fino a quando i nove decimi popolazione saranno esclusi dalle decisioni e dal controllo della produzione, scrive Tolstoj, i fedeli del progresso avranno fallito nel tentativo di stabilire un legame tra progresso e benessere.

L’istruzione come fine e non come mezzo

La seconda parte del saggio è dedicata a una riflessione sul fine ultimo dell’istruzione. Nella scuola “Jasnaja Poljana” l’insegnante e pedagogo Tolstoj non è solito ricorrere a metodi prestabiliti. Il suo insegnamento si regge sulla solida convinzione che «l’istruzione è un’attività dell’uomo che trova il suo fondamento nell’aspirazione all’uguaglianza e nell’immutabile legge del procedere in avanti dell’istruzione stessa».
Agli attacchi del “signor Markov”, secondo cui l’educazione deve sempre aderire «alle esigenze dei tempi» e «gettare nel mucchio del comune patrimonio la sua manciata» di progresso, Tolstoj risponde che non c’è ragione di assecondare una tale credenza. Il fondamento dell’istruzione risiede nell’uguaglianza della conoscenza, resa possibile dal superamento dei rapporti di potere tra l’allievo e il maestro.
Dal punto di vista dell’istruito è questa uguaglianza che si rende indispensabile; il trasferimento delle conoscenze dal maestro all’allievo deve necessariamente giungere al termine e stabilire un rapporto equilibrato tra il patrimonio dell’uno e le conoscenze dell’altro. Spesso però, come dimostrano i casi dell’educazione protestante, cattolica e russa, si è preferito procedere all’istituzione di falsi fondamenti come l’obbedienza, l’amor proprio e i vantaggi materiali.
Spostando l’attenzione sul ruolo dell’istitutore la situazione non appare più confortante. La disponibilità a formare gli studenti affonda le proprie radici in motivazioni di natura economica e nel desiderio di ottenere quel prestigio connesso al ruolo sociale dell’insegnante, piuttosto che nella reale intenzione di trasmettere sapere e costruire il fondamento di un rapporto paritario. Nel sottosuolo dell’istituzione scolastica si agitano motivazioni personali e interessi individuali che nulla hanno a che vedere con l’uguaglianza della conoscenza e il suo procedere in avanti. Sono queste le ragioni che hanno spinto Tolstoj a “duellare” con gli storicisti: riconquistare uno spazio di uguaglianza in cui l’istruzione venga considerata come fine e non più come mezzo.
Questa edizione del saggio tolstojano è impreziosita da un’Appendice, la cui prima parte fornisce cenni documentari sull’istituzione della scuola “Jasnaja Poljana”. Nella seconda si riporta la feroce critica al concetto di progresso nelle parole di Victor Hugo, scritte in occasione del saccheggio dell’Antico Palazzo d’Estate di Pechino, a opera delle truppe anglo-francesi.

Giuliana Sanò

link diretto:

http://www.excursus.org/ilvasodipandora/San%C3%B2TolstojLaReligioneDelProgresso.htm

 

EURASIA

RIVISTA DI STUDI GEOPOLITICI

10 maggio 2011

http://www.eurasia-rivista.org/biblioteca/konstantin-leont%E2%80%99ev-i-romanzi-del-conte-l-n-tolstoj-2/9399
Guerra e Pace e Anna Karenina sotto la lente del critico letterario. Una lente davvero speciale se consentì al suo autore di produrre un saggio tale da essere definito «il capolavoro della critica letteraria russa, in grado di sviscerare l’essenza dell’arte prescindendo dal messaggio dell’autore» (D. Mirskij). I romanzi del conte L. N. Tolstoj è stato qualificato nel tempo in termini “assoluti”, per importanza e valore, anche da altri grandi interpreti della scrittura; ciò nonostante la sua fama è stata sempre circoscritta a cerchie ristrette di lettori e di specialisti, sia in patria che oltre i confini della Russia. Scritto da Konstantin Leont’ev nel 1890, poco prima di morire, il saggio rappresenta una sorta di «testamento letterario rivolto alle generazioni successive degli scrittori russi», un libro pertanto ancora oggi attuale e provocante.

L’Autore

Konstantin Leont’ev (1831-1891), saggista, filosofo, scrittore, nuotò sempre controcorrente, “contro” lo spirito imperante del suo secolo; ultraconservatore secondo la fuorviante dicotomia progressista/reazionario, fu definito in seguito un «fenomeno non riconosciuto». Tolstoj lo lesse, lo conobbe e lo stimò. Li unì la capacità di leggere la realtà oltre il contingente, pur da posizioni apparentemente contrapposte. Leont’ev non fa sconti al “grande” scrittore, non lo venera, e per questo è in grado di coglierne la specificità e la genialità letteraria solo e unicamente attraverso le opere, attraverso un’autentica interpretazione estetica.

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giovedì 16 dicembre 2010

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