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Il falco e la bambina
di Pietro Venuto

Racconta fatti veri ma è come se raccontasse un sogno. La rappresentazione realistica appare ribaltata da una spinta alternativa che scatena una serie di eventi accaduti in luoghi lontani da quel lembo di terra siciliana e contadina che tiene la barra del romanzo. Le pagine in corsivo legano una catena di episodi eccentrici, in apparenza autonomi, però sintonizzati su un unitario quadro cronologico, incollati su quel tragico anno, 1908, del terremoto di Messina. Personaggi sconosciuti e figure note ed eventi che hanno scosso la coscienza del mondo si alternano in una successione che è metafora del fortuito andare dell'esistenza, dell'imprevedibilità del caso.
Tutto ha il carattere di un'allucinazione perché tutto si lega all'eterno mistero della semplice realtà. Ed è la realtà tragica della catastrofe dello Stretto che "Il falco e la bambina" (Pungitopo, pp. 69, euro 7) dello scrittore e medico Pietro Venuto trasferisce nella trasfigurante affabulazione della parola in grado di dominare le scene più distanti e inconciliabili. Non v'è alcun didascalico allaccio logico tra i due orizzonti del racconto: il giorno sincopato di un piccolo borgo messinese (Saponara tra il «caldo Tirreno» e i monti celebra i propri riti millenari) conduce l'umile faticosa storia del carbonaio Santi Salvo e della moglie Bella la quale, felice di poco, piange «due grosse lacrime d'oro che si mettono a navigare nell'acqua ricca di memorie» di una vasca «come stelle neonate» nello spazio dell'infinito. Il giro planetario di grandi eventi fa risuonare, in un controcanto di stupore, pittori famosi e premi nobel, scrittori e atleti, i primi grandi fervori dell'industria e anche qualche oscuro allarme della terra. Venuto scrive un racconto chiaro e allusivo, costeggia i piccoli disarmati eroi di un universo di dimenticati, ponendoli - nel miracolo della scrittura - accanto agli emblemi di una vita che non esiste neppure nelle loro fantasie, accelera gli scarti della narrazione, li inietta di provocazioni proprie di un rivisitato neosperimentalismo; inviando l'intera compagine degli eterogenei volti a vivere le loro vicende in assoluta libertà. Tutti con qualcosa in più: i personaggi umili, con uno scatto che li pone di fronte a un ignoto senso di abbagliamento: quelli della Storia, con una quota di terrena responsabilità delle cose. Se ne avvale il ritmo narrativo che, amalgamato, batte la cronaca spicciola e quella morale, l'impegno civile e la cultura come conoscenza e spettacolo, la luce di fuoco e i rumori della campagna isolana e le bianche, algide vastità della Siberia silenziosa. C'è un inganno alle radici della narrativa di Venuto che il linguaggio scioglie con un inedito alfabeto di immagini-simbolo, il gusto della comunicazione bassa e orale e l'ermetismo scintillante della scienza, e con quell'indicare in una persona il suo destino ma facendo capire che non c'è altro destino e inserendo percorsi che sembrano oltrepassare i margini del testo. Il conteggio del cibo e del lavoro, degli oggetti in un interno e della desolazione di certi luoghi colma i giorni sotto un cielo indifferente nel quale un falco disegna le sue «strane» traiettorie e si annuncia una nera alba che «si vergogna di farsi guardare negli occhi».

Giuseppe Amoroso

La grande storia e piccoli eventi tra due orizzonti, “Gazzetta del Sud”, domenica 30/11/2008, p. 22 “cultura”.

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