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Nato alla mostra di Beniamino Joppolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Intervista a Giovanni Joppolo

Nascere all’inizio del secolo in una borgata illustre della Sicilia settentrionale, con gli occhi che si protendono oltre l’orizzonte, oltre lo scoglio a forma di leone (proprio quello di Patti), dove s’intuisce la presenza della Mitteleuropa, dove Milano è il presagio di Parigi, Londra, Vienna e Berlino.
La realtà dell’infanzia di Nato Sciacca fu quella dell’ipotesi del gran viaggio a Nord, l’intenso e entusiastico impegno negli studi scientifici ed artistici, il sostegno di una famiglia colta che gli consenti di realizzare l’arrivo a Milano e l’iscrizione a Brera. Nel frattempo, c’era stata una prima guerra, spietata, poi l’avvento del fascismo.
A Milano, Nato fu presto coinvolto negli ambienti artistici che dettero poi vita a “Corrente”. Con Joppolo suo cugino e Migneco, Nato ne fu l’anima nebrodense. Le sue opere di quel periodo sono cariche di impulsi sperimentalistici. Il loro linguaggio è quello internazionale del cubismo e dell’espressionismo ma con accenti dell’inconfondibile territorio isolano, quello che annuncia l’Africa.
Ci fu poi il ritorno e il sogno di dare al suo territorio la dimensione di una fabbrica culturale. Nato scelse Patti Marina accumulando nel suo studio pitture, sculture e progetti di architettura e urbanistica troppo audaci, autentici e lungimiranti per trovare nel contesto del territorio chi avesse veramente il coraggio umano e la disponibilità economica di concretizzarli.
Nato era solo e in anticipo, in un’ Italia tutta intenta a ricostruirsi nelle urgenze economiche e sociali del momento. La sua fame di cultura, il suo sogno pattese e nebrodense esiste oggi nelle sue cartelle di disegni e nei suoi carteggi, progetto di scienza e di cultura ricco di universalità e di verità, come aspirano ad esserlo i sogni rivoluzionari degli umanisti autentici, tutti coloro per i quali l’utopia non è l’irrealizzabile ma la cosa che non è ancora e che sarà domani.

Seguono, da qui e in corsivo, domande di Lucio Falcone a Giovanni Joppolo.

D.Una lunga stagione artistica, quella di Nato Sciacca, che va dal ’36 a metà degli anni ’80, quando si arresta definitivamente la sua produzione. Una prima, quella milanese (seguita poi dalla stagione romana, più breve e meno intensa) in cui individua le direttive o matrici della sua opera, che poi autonomamente svilupperà nei restanti quarant’anni di lavoro a Marina di Patti. Matrici fatte di riferimenti e di frequentazioni, che maturano proprio in quella Milano in cui anche tuo padre Beniamino è stato coprotagonista e che con lui ha vissuto.
Volendo dare una sistemazione all’opera complessiva di Nato Sciacca, e confrontandola con quei pochi ma significativi dati biografici che lo riguardano, diventa arduo non solo organizzare un percorso sequenziale, uno sviluppo cronologico ai suoi lavori (privi di datazione), ma anche individuare quelle matrici che certamente insistono sul suo operato artistico, specie nel periodo milanese, iniziale e formativo, denso di scambi con i più qualificati artisti italiani del tempo. Quali indicazioni iniziali per uscire da questa condizione sincretica?

R. La posizione che si addice di più a Nato Sciacca è quella del dilettante. Intendiamoci, non nel senso che sminuisce ma anzi nel significato più nobile e qualificante della definizione.
Il dilettante è proprio colui che vive e opera, senza calcoli e ragionamenti, nel piacere e nella piena competenza dell’atto artistico.
Nato era infatti pienamente competente sia nel disegnare che nel dipingere e nello scolpire.
Aveva imparato con i migliori insegnanti dell’epoca nell’ambito dell’accademia di belle arti di Brera. Come l’hai ricordato frequentava gli artisti più attivi nella Milano degli anni trenta, quelli del gruppo Corrente. Era altresì informato di tutto quello che era stato inventato e sperimentato dalle avanguardie europee degli inizi del ventesimo secolo. Espressionismo, cubismo e futurismo. Tutte queste matrici sono presenti e diffuse nei suoi disegni, pitture, pastelli e sculture che nascono dal 1936 e vanno fino al 1985. Quindi le opere esistono e le influenze sono palesi così come i virtuosismi e le originalità. Si può anche parlare di uno stile proprio e di un filo conduttore, cioè di un’opera nella quale si riconosce una centralità stilistica.
Ed è per questo che ci si domanda ma perché Nato Sciacca non è emerso come tanti altri artisti della sua generazione alla pari di un Migneco, un Guttuso o un Franchina (e mi accontento qui di citare solo i Siciliani suoi contemporanei).
La risposta sta in questo suo dilettantismo, nella sua maniera di vivere cercando solo la soddisfazione dell’operare per piacere più che per calcolo. Tra Milano, la Sicilia e Roma, Nato non ha mai cercato il dialogo con mercanti e collezionisti, gli bastavano gli incontri con altri artisti, con intellettuali e con amici di tutti i tipi. In questo suo percorso operativo non ha mai pensato un solo secondo alla necessità di esporre, datare e firmare le sue opere, come se l’attesa di un riconoscimento fosse assolutamente inutile, uno spreco di tempo e di energia rispetto all’urgenza di operare.

D. Condivido il tuo discorso, laddove individui la dimensione di un artista «che agisce per diletto… nel piacere e nella piena competenza dell’atto artistico… nel significato più nobile e qualificante della definizione». Rimane indecifrata la sequenzialità, quasi indistinta, questo corpus che a tutt’oggi, a una prima linea di somma cui ci costringe il catalogo, ci si presenta nella sua complessità, difficilmente storicizzabile.
Accenni da una parte a «influenze palesi», e dall’altra ad un «filo conduttore» originale, che insieme costituirebbero poi quelle matrici che stanno alla base dell’opera di Nato Sciacca. Alla luce di un’analisi più attenta, quali sono, a tuo avviso, le direttrici che individui nel complesso della sua produzione?

R. Volendo entrare nell’opera di Nato per individuarne la centralità, si può reperire sia nei suoi dipinti che in certe sue sculture di legno la presenza forte di preoccupazioni primitivistiche. L’artista si situa a cavallo tra la bidimensionalità percepita da un Picasso nella cultura delle maschere africane e la primordialità ricercata da una serie di artisti italiani che durante gli anni venti e trenta si riferiscono al passato etrusco, penso soprattutto ad Arturo Martini, un po’ a Sironi e anche al primissimo Fontana, quello della famosa scultura l’“uomo nero” che si conosce purtroppo soltanto per fotografia visto che l’opera è scomparsa ed è stata quasi certamente distrutta.
Nato – si diceva prima – con il cugino Joppolo frequentava a Milano gli artisti del gruppo Corrente (Cassinari, Birolli, Treccani, Sassu, Migneco, Guttuso) che erano molto attenti a tutte le esperienze delle avanguardie storiche, specialmente alle opere di artisti come Cézanne, Gauguin, Picasso, Braque, Kirchner, Nolde, Sironi e Carrà. Per questi artisti – all’epoca poco più che trentenni – gli ideali erano quelli di una ricerca che li portava verso le culture più primordiali, verso quell’innocenza primitiva di mondi non corrotti dal denaro, quella dimensione ricercata - per dare un esempio tra i più noti - da Gauguin nei suoi viaggi in Polinesia.
Nato ha raggiunto i suoi ideali di purezza e autenticità tramite questo equilibrio che ha saputo trovare tra attività artistica e progettazione di strutture urbanistiche alternative, utopistiche, quali per esempio la Pantalassia di cui ti lascio ora evocare la poetica formulazione.

D. La sua Pantalassia, e insieme tutte le ‘invenzioni’ di Nato Sciacca, rispondono anzitutto ad una sua dichiarata passione per la meccanica. Viene così meno la sua attenzione estetica (si veda il progetto del ponte sullo Stretto di Messina ed alle soluzioni da lui proposte, che sono essenzialmente tecniche). Per evocare il senso ed i significati della sua Pantalassia occorre, a mio avviso, contestualizzarla. Troppo vicino alla vicenda umana di Nato, non riesco a vedere l’intuizione e le soluzioni estetiche di un così originale progetto architettonico-urbanistico senza rapportarli ad un intendimento utilitaristico, al suo uso. Lo avverto come un prodotto d’avanguardia ideato per il mercato degli anni del boom economico italiano. Senza svilirla a ‘trovata’ geniale, la Pantalassia risponde così pienamente ai suoi tempi. Nato interpreta a suo modo lo spirito positivista di quegli anni cinquanta-sessanta, ne partecipa dando il frutto di un genio ‘libero’, ma qui, e diversamente dalla sua opera di pittore o scultore, anche con l’intendimento dichiarato (brevetterà tutte le sue ‘invenzioni’) di dare una soluzione definitiva ai suoi assilli economici.
Ma torniamo alla scultura ed alla pittura di Nato.
Dalle poche note biografiche di rilievo, appare chiaro il sodalizio, affettivo ma anche artistico, che lega Nato Sciacca al cugino Beniamino Joppolo. Leggiamo nella sua Doppia storia: «Un giorno Giacomo [Beniamino Joppolo] e il cugino Masino [Nato Sciacca], con un grande sole sul mare, si avventurarono in una lunga gita in barca. Remavano lentamente, in costume da bagno, e sempre piú avevano l’impressione che i remi, loro e la barca si muovessero in un elemento che non era né solido né liquido né aeriforme perché non apparteneva a questo pianeta. A capo scoperto affrontavano sole e aria con la sensazione che le loro persone venissero sottoposte a una trasformazione che li rendeva adatti a quel nuovo elemento dove avrebbero dovuto rimanere per l’eternità, come sospesi in mezzo a un universo i cui soli componenti erano liberi spazii e liberi tempi fusi assieme in una sostanza unica, priva di sostanza e della qualità di sostanza. Solo le loro mani e le loro braccia seguivano una meccanica di movimenti che era come una eco che si andava sempre più spegnendo in spazii abbandonati che appena ricordavano. Gli occhi guardavano attorno la spiaggia e la terra come un ricordo assurdo di consistenze che non c’erano più. In questo stato di trasognamento approdarono alla villa di un amico dove rimasero qualche ora. Poi tornarono indietro.
Masino faceva lo scultore, formava figure in creta, forti ampie segrete come sassi e che si avviano a diventare esseri vivi o come esseri vivi che si avviano a diventare granito e minerale». Sembra di scorgere una premessa, esistenziale ed estetica, che spianerà le due strade che condurranno il primo alle formulazioni dello spazialismo, ed il nostro alla pittura astroabissale, come lui stesso la definirà. Due poetiche diverse, ma sorte quasi da un’unica, o condivisa, percezione del reale.
Da qui un tuo ultimo parere, una tua più esatta definizione di questa particolare scelta pittorica di Nato, e in cosa si discosti o coincida con lo spazialismo di Joppolo.

R. È un linguaggio specifico a quell’epoca, irrigato dal biomorfico e l’antropomorfico (si vedano per fare un esempio concreto le sculture di Arp o le pittura di Tanguy). La descrizione di Joppolo di questa gita in barca dei due cugini e il riferimento alle forme che poi suggeriscono forme artistiche tra pittura e scultura è uno spunto molto interessante per capire quali erano gli universi formali dei due cugini non tanto dissimili l’uno dall’altro. In realtà quando Joppolo parla di “spazialismo” e Nato si riferisce all’ “astroabissale”, entrambi si muovono in una realtà che è quella di un naturalismo astratto tipico delle ricerche artistiche degli anni cinquanta dove l’invenzione formale nasce da un rapporto di simbiosi con la natura vissuta come culla ed incrocio di forze telluriche. E lo “spazialismo” di Joppolo è in questo senso molto diverso da quello di Lucio Fontana. Fontana inventa un rapporto nuovo allo spazio che rimane pur sempre legato a questioni architettoniche molto concrete mentre lo “spazialismo” di Joppolo è più filosofico e naturalistico. La dimensione del “naturalismo astratto” accomuna i due cugini e li porta in uno spazio di sensazioni psicofisiche in relazione alle pulsioni intime della materia, mentre un Fontana inventa soluzioni spaziali più concrete in quanto legate ad un’evoluzione dell’architettura. Joppolo e Nato Sciacca sono artisti che evocano, rappresentandoli con in mezzi tradizionali della pittura e della scultura, degli universi materici e biomorfici inediti, mentre un Fontana realizza concretamente nello spazio delle strutture spaziali inedite. I cugini sono nella “rappresentazione” di forme inedite mentre Fontana si muove nell’ambito della “presentazione” di forme e ambienti inediti. I cugini sono in fondo più filosofi che artigiani di spazi inediti.

COMINCIARE…

Poiché il sole se n’è andato, spalanco le persiane. Fa caldo, l’ombra rappresenta già un refrigerio. Sorpresa: il panorama è cambiato. Un tempo dalle ampie vetrate della casa dirimpetto, all’ultimo piano, quando raramente mi affacciavo, vedevo agitersi la mano pallida d’un pittore solitario, che dipingeva paesaggi a memoria e che raramente permetteva ai curiosi di allungare gli sguardi fino nel suo studio. Poi il pittore cambiò di casa perchè non vidi più aperte le sue finestre e per molto tempo non mi occupai più delle due larghe vetrate sporche sulle quali il sole, nel pomeriggio, sosta nel passare.
Ma ecco che, inaspettatamente, le vetrate sono di nuovo spalancate. Non si vede molto nello scorcio: una specie di quadro che la lontananza rende confuso, e una parete imbiancata. Poi un mucchio di stracci su una tavola. Un mucchio di stracci che sembra ricoprano un corpo semi-sdraiato, con le gambe e il dorso rialzati. Difficile precisare. Rimango a lungo alla finestra. Lo studio deve essere ora occupato da uno scultore. Ma lo scultore non si vede e il corpo semisdraiato è sempre coperto di stracci bagnati. Sono curiosa, anche perchè amo la scultura, col suo volume, con la sua espressione, con la sua umanità. Non ho mai veduto uno scultore lavorare. E ho sempre desiderato di veder plasmare la creta.
E l’artista compare. Lo intravvedo soltanto quando si allontana dalla massa di creta per esaminare il suo lavoro a distanza. Allora si avvicina alla finestra e si appoggia al parapetto voltandomi le spalle. È un giovane alto e magro, con un profilo sottile di ragazzo tormentato che vorrebbe battersi con la vita servendosi di tutte le armi e non sa ancora quale scegliere.
Lo osservo a lungo senza che egli se ne accorga. Talvolta lavora alternativamente al corpo semisdraiato, del quale intravvedo soltanto la linea, e a una testina di fanciulla dritta su un trespolo. Il pollice plasma l’accanciatura moderna dei capelli pettinati all’insù, con un gruppo di riccioli a sommo dei capo. Di lontano, la testina è molto graziosa: sottile, fragile, troppo fragile forse. Rimango al mio posto di osservazione, anche quando l’artista si accorge della mia curiosità, anche quando un amico che è venuto a trovarlo si mette alla finestra, e non dà segni di volersene andare. I due amici sono ora più curiosi di me. Io vedo cha uno di essi è scultore, e che cosa faccia l’altro non m’interessa, ma essi non sanno chi io sia e debbono far qualche cattivo pensiero, tanto più che in lontananza non si possono vedere i fili bianchi che insidiano la massa castana dei miei capelli.
In un momento che tutti e due guardano dalla mia parte faccio loro cenno che vorrei visitare lo studio. – Posso venire a vedere? – chiedo forte, cercando di superare con la voce il frastuono dei veicoli sul corso Vittorio Emanuele. Cenni di approvazione dall’altra parte. – Più tardi –. Sono d’accordo: più tardi.
Ma più tardi, quando io salgo a piedi tutte le scale del vecchio stabile che fra non molto verrà demolito, l’amico dello scultore non c’è più. Sul pianerottolo le porte sono una decina, disseminate in corridoio e anticamere: non è facile indovinare quale sia la porta del giovane astista, anche perché non conosco il suo nome. Alla fine dell ultima scala, sulla parete, a lettere cromate, spiccano due nomi: «Sciacca-Locatelli», ma sembra l’insegna di una sartoria. Poi i nomi sono ripetuti su una porta verniciata di bianco. Un uomo in maniche di camicia sta distraendo i capricci di una bimba irrequieta.
– Scusi, abita quassù uno scultore...
– Sono due: Sciacca e Locatelli [Stefano, scultore].
Non si tratta d’una sartoria, allora. Busso alla porta, e il giovane che intravvedevo dalla mia finestra viene ad aprire.
– Lei è Sciacca o Locatelli?
Mi presento con un mio libro, biglietto da visita di più di trecento pagine: non ho la pretesa che un ragazzo che si occupa di scultura conosca il mio nome.
– E Sciacca non c’è? Sciacca è quel giovane che dianzi era alla finestra?
– No. Quello è un giovane straniero, pittore surrealista. Sciacca è fuori.
Indica un quadro: – Vede, qui c’era una cornice vuota. E lui ha dipinto il quadro sulla parete.
Non ho capito bene che cosa abbia voluto dipingere, ma le nubi e le rondini sono di creta. Preferisco occuparmi della scultura. Locatelli, da vicino, è più giovane di quanto appaia di lontano, ed ha negli occhi quella viva fiamma di chi tenta il cammino più difficile.
– Non ho molto da farle vedere: questo è soltanto un primo abbozzo di un Legionario caduto. Nulla di definitivo ancora.
La creta è fresca, e il giovane passa il pollice sulla gamba con lo stesso gesto d’un innamorato che del corpo amato vuole conoscere il fremito e la forma. La figura immobile, non appena è toccata dall’artista pare che possa aver vita, perché le mani si muovono e sentono nella creta la creatura da modellare.
La stanza vuota di mobili è piena di sogni. Dalla finestra entra a ondate il fervore della città ricca: e i sogni si alzano verso sfere indisturbate. Sono certi di riuscire Locatelli e Sciacca, e sono più certi quanto più si fanno frequenti i momenti di scoraggiamento. Forse è da quelli che nasce più tenace la volontà di lottare e di lavorare. Mi guardo attorno e sento che un giorno i due ragazzi ambiziosi usciranno da questo studio quasi nudo nel quale non esiste nemmeno il lusso d’una sedia, per andare incontro al successo. È sotto i tetti, nello squallore delle soffitte che l’artista preferisce cominciare a vivere e a sperare, e l’arte gli è compagna fedele. E mi pare questa, una promessa di fortuna, per l’avvenire.
Ritorno a casa contenta, quasi ringiovanita. Ripenso ai miei primi anni di lavoro, alle trepidazioni, alle speranze, alle vittorie. Quanti anni…, quanta giovinezza se n’è andata! Come vorrei ritornare indietro, in sofitta, con tutti i miei sogni di allora... E invidio Locatelli e Sciacca, come invidio la loro giovinezza ansiosa, e inquieta, superba.
Poi un giorno anch’essi se ne andranno verso uno studio più ricco. Avranno salotti e tappeti e divani. Ma rimpiangeranno la soffitta, e i loro sogni, e il Legionario caduto, e quella fragile testina di fanciulla, così fragile che sembra non possa esistere...

Mura [Maria Volpi Nannipieri]
(in “Carosello”, rubrica del “Secolo Sera”, Milano 10 maggio 1940)

 

PIU' DI TUTTO UN POETA

La mia storia con Nato iniziò nella primavera del 1943, quando da Roma ci trasferimmo a vivere a Patti: avevo tredici anni, Nato aveva sposato l'anno prima mia sorella Tina e nell'ottobre del 1942 era morto mio padre.
Il trasloco a Patti produsse un forte cambiamento nella mia esistenza: la vita in una cittadina della Sicilia aveva ritmi diversi, altre abitudini, un più immediato contatto con le persone e la natura, ed era ancora vivo lo scoramento per il lutto che aveva colpito la mia famiglia.
Nato, molto più anziano di me, divenne subito il mio punto di appoggio, di riferimento esistenziale, e da lui ho tratto quelle lezioni di vita che non potevo più ricevere da mio padre.
Con lui e con Tina ho avuto un’immediata consuetudine intellettuale: Tina, che già mi aveva trasmesso la passione per la musica, mi introdusse alla lettura colta. Da Nato appresi innanzitutto il rifiuto delle dittature nelle loro espressioni deteriori, quali il razzismo, la sopraffazione, la limitazione della libertà di pensiero e di parola; ma da Lui imparai anche l’amore e il rispetto per gli umili e i deboli, e ancora a vivere secondo i principi evangelici di attenzione per il prossimo e di rifiuto della violenza e dell'arroganza.
La vita di Nato scorreva nel pacifico ma fermo contrasto con alcune fondamentali regole e costumi della società borghese siciliana del tempo; sopratutto non manifestava il senso di superiorità e di comando, allora comune nel suo ceto sociale, nei confronti dei meno abbienti. Era un uomo buono e raramente perdeva la calma, salvo indignarsi con forza quando si colpiva il suo profondo sentimento di giustizia.
Era un artista, ma più di tutto un poeta; poetava con i suoi pensieri, ma anche e molto con le cose: perciò amava armeggiare, con un meccanico di fiducia, intorno a oggetti e congegni, e alcuni inventarne, anche geniali, che non avrebbero poi trovato applicazione pratica. Ricordo che per lungo tempo si dedicò al restauro di una vecchia motocicletta, marca Sacoche, dal design antidiluviano; alla fine di tante fatiche, rimediando qua e là qualche pezzo di ricambio, e alcuni rifacendoli in officina, la moto ricominciò a funzionare e con essa poté scorrazzare tra Patti e Barcellona; poiché la moto, poco potente, faticava in salita, era solito tagliare le curve, finché un giorno, nell’ascesa a Tindari, impattò con un camion che lo fece volare in un campo: tornò a casa con degli enormi lividi, ma intero, e così finirono, insieme, l'esistenza della moto e la passione di Nato per il motociclismo.
Aveva gusti e abitudini singolari, a cui non era disposto a rinunciare; al mattino, per esempio, faceva colazione con una fetta di provola alla quale seguivano un paio di peperoncini piccanti e a chi gli faceva notare la scarsa sanità della dieta, rispondeva serafico che un certo famoso professore di Messina aveva riscontrato proprietà terapeutiche del peperoncino. Ebbene, fu un precursore: molti anni dopo, da un articolo pubblicato su Lancet, si apprese che proprio il peperoncino cura o previene molte malattie. (scusate: forse sono argomenti che non dovrebbero trovare spazio nell'introduzione a un catalogo d'artista, ma questa vuole essere anche una cronachetta familiare e affettuosa, basata sui miei ricordi di adolescente).
Tornando a considerazioni più serie, nel periodo di cui narro Nato rallentò fortemente l’attività di artista: ricordo solo una scultura in legno a cui lavorava saltuariamente, un ritratto della mamma e qualche raro disegno; sono convinto che amasse ancora l'arte, ma che avesse maturato rifiuto o stanchezza della sua stessa creatività, che teneva dentro di sé, latente e soffocata; un rigetto, credo, conseguenza della decisione, presa nel momento in cui tornò a Patti, di troncare nettamente la vita di artista e bohemien che aveva condotto durante gli anni trascorsi a Milano e a Roma.
Ho riflettuto spesso sulle ragioni di un rifiuto così netto, quasi la negazione del passato, della bruciante passione della sua giovinezza; un sentimento, quest’ultimo, così forte che lo aveva portato lontano da casa, dagli agi e dalle sicurezze dell'ambiente familiare, per trascorrere un'esistenza ai limiti della povertà, ma densa di contenuti, interessi, idee, essendo partecipe del movimento artistico italiano probabilmente più importante degli anni trenta.
Così pure mi sono domandato perché a un tratto si sia rifiutato di esporre le sue opere o, comunque, di farle conoscere: penso che anche questa scelta sia stata coerente con la sua svolta esistenziale, accompagnata, forse, da un sentimento - mi si passi l'ossimoro - di orgogliosa umiltà e di pudore.

Dopo oltre vent'anni, nel 1973, sono tornato a Patti per rivedere i luoghi tanto amati della gioventù e, soprattutto, per farli conoscere a mia moglie Maria Antonietta; giunti alla Marina ci siamo fermati lungo la spiaggia, quando proprio Maria Antonietta vide Nato; come egli ci scorse, subito si avvicinò sorridendo, mi fece una carezza e mi chiamò "Albertuzzu".
Ho voluto molto bene a Nato: quell'istante, il sorriso e la carezza, sono conservati per sempre nel segreto cassetto delle mie malinconie insieme agli altri ricordi che più mi sono cari.

Alberto Vullo

 

IL SEME LENTO


Una lacuna incolmabile quella che ha tenuto celato, occultato, dimenticato Nato Sciacca, dalla sfera artistica non solo isolana, ma anche nazionale e internazionale. Il genio di questo artista-architetto-inventore pattese, accantonato nel dimenticatoio intellettuale per miopia dei più e per gelosia dei pochi doveva prima o poi rinascere. E penso che questa mostra, voluta dal mio caro amico assessore Mario D’Agostino, sia la giusta e adeguata opportunità per farlo. Un grande filosofo come L. Arréat disse: «I grandi uomini cominciano a vivere quando muoiono».
Qualche anno prima della sua dipartita terrena lo incontrai alla Marina di Patti. Di fronte a noi il Tirreno. Mi parlò delle sue invenzioni. Della grande sfera di cristallo progettata per una fontana in piazza della stazione di Messina. Delle ancore anti- strascico ideate per impedire che i pescherecci distruggessero l’habitat marino, praticando pesca di frodo troppo vicino alla costa. Senza dimenticare i progetti più importanti, come la Pantalassia. Ma non si fermò lì. Ideò ponti, uno riservato allo stretto di Messina, con strutture sospese, ancor oggi innovative, chiese, eliporti che avrebbero dovuto collegare Patti a Milazzo, Capo d’Orlando a Lipari. Un progetto per un porto a Patti, ma anche piccole invenzioni che, per l’epoca in cui sono state pensate e se attuate, avrebbero fatto la sua fortuna. Ad esempio un rasoio componibile che assomiglia molto a quello lanciato in serie dal famoso barone Bic. Pensò anche a un agorà messinese. La sua idea era trasformare piazza Cairoli in uno spazio vivibile e riservato alla gente. Dove le macchine venivano bandite. In un suo appello, sulla stampa di molti decenni fa, leggiamo: «L’uomo di oggi, pur trovando necessario l’appartenere a un mondo meccanico, sente la necessità di evadere e rifugiarsi, rientrando, anche se parzialmente, in quel mondo di sempre al quale egli appartiene. Gli inglesi, per l’appunto, hanno chiamato tali centri con un nome che esprime tale funzionalità: Room square. Sento di esprimere questi miei concetti perché l’unica soluzione logica, che questa nostra città meriterebbe, è quella di fare nascere dei sottopassaggi in tutti i sensi, riservati alle macchine, con i relativi posteggi in modo di lasciare la piazza esclusivamente alle riunioni dei cittadini».
Mi parlò poco della sua pittura: «Perché questa non va descritta – mi disse – bensì letta. Con le proprie diottrie. Con la propria sensibilità».
Di lui serbo un ricordo indelebile, ma anche una rabbia che in questi anni non mi ha mai abbandonato. Non aver preso in seria considerazione l’estro di Nato Sciacca è stato un danno immenso.
Ricordando Theodor Mommsen, che nel lontano 1855 scrisse «Il seme, che spargono le nature geniali, germoglia lentamente», lancio un appello: facciamo di tutto per non farlo appassire.

Gianni Giuffrè

 

 

 

 

 

 

 

 

«NON HO CONOSCIUTO NATO SCIACCA»

Né l’inventore, né il pittore, neanche l’uomo.
Come un visitatore fedele (come in fondo sento di essere in questo angolo della Sicilia di Patti Marina in cui torno, spesso, da Parigi, ormai da dieci anni) che, alla fine di una mostra, sente il bisogno intimo e urgente di una riflessione per scrivere due righe su di un “album d’oro” dove si stanno raccogliendo le impressioni e le emozioni sull’arte di Nato Sciacca.
Un visitatore un po’ particolare. Come sicuramente è ogni visitatore di una mostra particolare, nella misura in cui si tratta di uno sguardo su di “una mostra prima della mostra” o, meglio, su di un catalogo prima che sia realizzato.
Coinvolto, involontariamente, in una delle fasi di preparazione di una mostra che non si è ancora tenuta, di un catalogo in corso di elaborazione, con tutto il privilegio proprio di questo working in progress e con, in fondo, unica incitazione, il fatto di essere accolto, da parecchi anni, con calore e amicizia, nella famiglia e fra gli amici più vicini di Tanina e Enzo Sciacca, il secondo figlio di Nato.
Arriviamo al punto. Non lo ho conosciuto, dicevo. Posso immaginarlo attraverso questa frequentazione amichevole e già citata, a partire dalla quale, al contempo, mi sento autorizzato a provare a dire due o tre cose in omaggio a un artista scomparso che resta però presente grazie alle sue opere.
Anche se poco numerose quelle visibili sulle pareti di questa casa rispetto a un’abbondante produzione di cui il catalogo stesso non potrà che dare solo un’idea di massima e nei limiti imposti dalle regole del genere. Un’opera abbondante quindi, che è stata perseguita, mi verrebbe da dire, contro tutto e tutti, nel corso di una vita intera. Una vita di libero ricercatore, dallo spirito inventivo, in contesti tanto diversi da condurlo, ad esempio, ad immaginare e realizzare nel dettaglio quella che potrebbe essere una ‘macchinetta’ per affilare le lame del rasoio per un uso infinito. Delle ancore atte a proteggere il fondo marino dallo sfruttamento forsennato della pesca industriale. Delle piattaforme marine sulle quali edificare abitazioni (la Pantalassia). Delle penisole che avrebbero avvicinato la costa calabra a quella siciliana, ecc.
Un cittadino interessato ugualmente, in un certo modo prima del tempo, ai comportamenti ecologici: come la realizzazione di una pineta a protezione delle abitazioni costiere dalle mareggiate, che anche offre la piacevolezza di una passeggiata ombreggiata e delle aree per i giochi dei bambini.
Seduto su di un muretto di questa pineta (che oggi porta il suo nome), l’altro giorno, un vecchietto interpellò Enzo per dirgli «pensavo a tuo padre... ».
Che mi sia permesso associare a queste parole così semplici, ma evocatrici, in questo momento e in questo luogo, di un segnale, tanto fugace quanto lo si voglia, di una memoria e di un invito a rendere un breve omaggio a Nato Sciacca. Non è che siano poi tante queste persone di talento.
Ci si ritrova allora a pensare che questo mondo siciliano (il suo mondo) non manca certo di talenti che possano proporre uno studio chiarificante e approfondito, all’università o altrove, consacrato alla vita e all’opera del cittadino, dell’inventore e dell’artista.
È senza dubbio giunto il tempo di farlo. Ma è forse necessario prendere una distanza, come è richiesto, un distacco per una valutazione che solo il passare del tempo permette. Quello stesso tempo che, d’altra parte, minaccia anche di cancellare ogni traccia. Nonostante il fatto – ed è un altro bel paradosso storico e culturale – che si sappia che enigmaticamente l’opera d’arte non si fa condizionare dal tempo che passa, dall’epoca in cui è stata realizzata e sulla quale porta una luce che nessun altro fare umano può portare. L’opera d’arte esce vincente nel confrontarsi col tempo. È dalla parte della vita. Là si trova la sua più grande gloria.
«La letteratura è un sistema di “temi eterni”... che in forme diverse e in maniera imprevedibile sorgono, si eclissano, tornano e poi scompaiono un tempo – e così di seguito – alla luce della verità», scriveva Leonardo Sciascia in un momento in cui il suo scetticismo e la sua lucidità cedevano un poco di fronte alla sua fede sulla forza della creazione letteraria (ed artistica).
Questo catalogo vuole dare un chiarimento sulle opere e sui legami all’interno di aspetti solo apparentemente diversi nell’attività di Nato Sciacca che sono ancora da decifrare, ma che si possono comunque indovinare.
Si intravede un uomo ricco della sua libertà. Della sua libertà di creatore dai multipli talenti. Non sta a noi dire quello che Nato Sciacca deve alla sua epoca, il Novecento, e al suo contesto di antica famiglia della nobiltà siciliana. Ciò nonostante due tratti ci colpiscono.
Anzitutto sul tema dell’identità : la nascita in Sicilia, a Patti, nel 1907, e la partenza, all’inizio degli anni 30, per Milano, a Brera, dove si forma vive e lavora in mezzo ad altri artisti e creatori quale il cugino Beniamino Joppolo, scrittore – diciamo, tra parentesi, che la Sicilia è prodiga di questi legami di parentela tra artisti, dove pare vano alla fine sottolineare chi dei due era il cugino dell’altro, come diceva in tono divertito ed ironico Lucio Piccolo a proposito di suo cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa –. In seguito Nato vivrà a Roma, ritrovandovi, anni dopo il loro primo incontro, colei che diventerà sua moglie. E poi il ritorno in Sicilia.
Leonardo Sciascia, l’europeo nato nella siciliana Regalpetra, ha scritto su questo soggetto dell’identità delle pagine definitive a proposito dell’ambiguità dell’identità siciliana, del tutto pirandelliana.

E poi sul tema della libertà: la produzione pittorica di Nato Sciacca ci appare di un’incredibile libertà. E, ai nostri occhi, esemplificativa dell’attività creatrice. Creatrice di libertà. Creatrice di un mondo. E da questo doppio punto di vista portatrice di un’indiscutibile violenza. Un mondo, un cosmo, per molti aspetti minerale, colorato, scoppiato, polverizzato. Liberato dalle forme convenute della rappresentazione della realtà, che imprigionano lo sguardo contingente e banale. Liberazione che è sempre il marchio profondo e evidente di qualsiasi creazione fatta per segnare il tempo. Vincitore nel momento in cui è sconfitto: Nato Sciacca non dà nome alle sue opere dipinte o ai suoi disegni, ma concede largo spazio all’immaginazione. E peggio per loro, se pensiamo ai critici classificatori. La bellezza della natura, la forza evocativa di un ritratto non l’hanno trattenuto. Si dirà di lui e della sua pittura (ma non dei suoi magnifici disegni dai tratti sconvolgenti nella loro economia, con il loro tremore e la loro incomparabile modernità), che era un “non figurativo”, un “astratto”, un “espressionista”, ecc. Non importa. Nato Sciacca aveva meglio da fare: rappresentare la materia percepita, i suoi fulgori, il suo movimento, la luce e i colori prodotti da questa frammentazione, dove tutto rinvia ad un’energia nascosta allo sguardo comune. Talvolta, la dimensione creativa è raggiunta a costo di una specie di allucinazione: «Un giorno Giacomo [Beniamino Joppolo] e il cugino Masino [Nato Sciacca], con un grande sole sul mare, si avventurarono in una lunga gita in barca. Remavano lentamente, in costume da bagno, e sempre più avevano l’impressione che i remi, loro e la barca si muovessero in un elemento che non era né solido né liquido né aeriforme perché non apparteneva a questo pianeta. A capo scoperto affrontavano sole e aria con la sensazione che le loro persone venissero sottoposte a una trasformazione che li rendeva adatti a quel nuovo elemento dove avrebbero dovuto rimanere per tutta l’eternità, come sospesi in mezzo a un universo in cui i soli componenti erano liberi spazi e liberi tempi fusi assieme in una sostanza unica, priva di sostanza e della qualità di sostanza».
C’è in questo violare la nozione del rapporto che esiste o dovrebbe esistere tra percezione e realtà, una ribellione contro. Ma è di questa ribellione, di questa libertà, di questa bellezza, che Nato Sciacca ancora vive.


Joseph Donato
Marina di Patti, 1 novembre 2010.


UN UOMO LIBERO

Nato Sciacca, artista, scultore e pittore, fu un libertario ed un anarcoide, se non anarchico.
Aveva le sue idee che poco confrontava con gli altri, e il suo modo di fare e di vivere.
A suo padre, che lo vide arrivare alla fine di settembre a Marina di Patti e gli chiedeva perché a maggio avesse preannunziato il suo ritorno, rispondeva, sorridendo: «Ma papà, ti ho detto come sempre la verità. Sono arrivato».
Era irriverente su tutto: dai riti religiosi a quelli massonici che conosceva bene essendo stato suo padre il venerabile della loggia massonica di Patti, rimasta in vita anche se celata, col sistema del ‘triangolo’, anche dopo che Mussolini mise fuori legge la massoneria. In tale veste il padre svolse un ruolo encomiabile negli anni ’30 in sintonia con la loggia di Lipari dove, collaborando con il dottor Franza, massone e medico del carcere, riuscivano ad organizzare, facendo da tramite, dei contatti epistolari fra i confinati politici e le loro famiglie che, sovente, vivevano al Nord. I confinati di Lipari se ne ricordavano anche dopo venti anni dalla fine del fascismo.
Nato Sciacca fu veramente un uomo libero e irriverente verso istituzioni, poteri, uomini e cose. Con il dono dell’ironia e, a volte, del sarcasmo.
Quando fu eletto Presidente della Repubblica Saragat, che lui stimava (cosa rara), gli inviò un telegramma di auguri dall’uffico postale di Patti Marina e faticò a farlo spedire. Si firmò: «Nato Sciacca, capo del comitato clandestino rivoluzionario per la Sicilia Indipendente». Finì, per le indagini, nelle mani di un maggiore dei carabinieri intelligente e le cose non ebbero seguito, ché sarebbe stato spiacevole.
Visse in una società che non lo poteva comprendere, ma non se ne fece mai un cruccio. Ebbi con lui tanta sintonia di pensiero e tanto affetto, al di là dei vincoli di parentela.
E l’ho voluto ricordare come fu.

Salvatore Natoli Sciacca

 


Programma d’arte

Non appena mi è stato detto che una rubrica d’arte doveva tenersi in “Vita Nostra” [periodico pattese stampato negli anni Trenta] mi son subito chiesto quale scopo potessero mai avere, tra noi, delle note d’arte e come, in ogni modo, sarebbero state presentate; ho preso poi, senza essermi levata la curiosità, la penna in mano per esporre il mio punto di vista e piú per amore di bene che per amore di polemica: – Patti manca, checchè ne possa dire il brillante scrittore di “Memorie Pattesi”, di tradizioni artistiche: non ha avuto, cioè, né cultori di belle arti degni di una fama piú larga di quella che godono all’ombra del nostro bel campanile, né ricordi d’arte degni di essere affidati alla nostra ammirazione e al nostro culto.
Se quel poco di barocco che adorna la maggior parte delle nostre chiese ha il pregio di essere mite non lascia certo dinanzi a sé nessuno di noi in lunga contemplazione. E venendo ai nostri tempi il monumento ai Caduti non può chiamarsi purtroppo opera d’arte, e può raccomandarsi ai posteri soltanto come un tentativo di buona volontà e come un puro pegno di fede, di affetto e di gratitudine al sacrificio dei nostri gloriosi Caduti.
Affermiamo però che Patti può pretendere di farsi una tradizione di arte e “Vita Nostra” è chiamata a farsi banditrice della nuova vita artistica.
Incominciamo dal piccolo: si sono ormai riaffermate, in Italia e fuori, le arti decorative minori, quelle arti cioè che, nella loro esecuzione, sono oggetto di studio e di fatica di artigiani: fabbri ferrai, decoratori, ebanisti ecc. Patti non ha in ciò delle tradizioni, ha però operai intelligenti e capaci e non si spiega perchè dovendo, ad esempio, fare un cancello od una balconata in ferro battuto, si debba ancora scegliere uno dei soliti vecchi modelli di equivoco gusto quando si può ideare un disegno rispondente a tendenze nuove e a nuove esigenze artistiche e perchè si debbano ancora costruire dei poveri mobili che stanno a dimostrare soltanto quanto in basso sia sceso il barocco dell’ultimo ottocento.
Liberiamoci prima da queste stonature e poi, se del caso, aiutati dalla nostra sezione dell’Artigianato, potremo iniziare, con distribuzione di opuscoli, di cataloghi, di riviste, di disegni qualche nuova forma d’arte decorativa.
Veniamo ora ad una domanda piú scabrosa: di fronte al deciso e decisivo risorgere dell’Architettura, Patti cosa ha fatto? Cosa mai farà? In verità esistono a Patti poche case che hanno visto la mano di un architetto, ma nessuna difficoltà tecnica si opporrà in avvenire alla costruzione di edifici architettonicamente belli.
E dirò inoltre, poichè in queste pagine se ne è parlato a lungo, che opere come il teatro, il campo sportivo, la biblioteca, se un giorno verranno fatte, avranno bisogno che l’architetto vi abbia il suo posto perché, per quanto sia possibile, rispondano alle esigenze dell’arte.
Ad architetti giovani, a coloro che forse domani, formeranno, colle loro opere, l’ammirazione delle città, e soltanto ad essi, noi potremo e dovremo affidare i lavori.
Così quando il bilancio del comune di Patti supererà questo periodo di assestamento, potremo, allora forse, vedere bandito un concorso per una piccola fontana monumentale e vi sarà, lo spero, chi tra le sculture, saprà scegliere, al disopra di ogni concetto campanilistico o regionale, l’opera più degna.
Rispondiamo infine ad un’ultima domanda che ciascun di noi può formulare: Il nostro paese è l’unico della provincia, ch’io sappia, che abbia avuto una Mostra d’arte. Qualunque sia stato il valore dei tre artisti che vi hanno esposto, l’iniziativa è di quelle che va sottolineata, imitata e ripetuta.
Però Patti, se deve fare da sola, non potrà mai più tenere mostre d’arte; Patti ha bisogno, dico, dell’aiuto dei paesi viciniori o dell’aiuto di un Mecenate che per amore dell’arte voglia addossarsi il peso finanziario di una Mostra d’arte.
Ed una Mostra, alla quale parteciperebbero moltissimi giovani, servirebbe a dare una precisa veduta delle tendenze artistiche moderne meglio che non tutti i più intelligenti articoli di un giornale. Se la Mostra, in tempi di crisi, potrà sembrare una chimera si potrà dire realtà qualora un certo numero di comuni, circoli, chiese, uffici e persone si impegnassero a comprare ciascuno una o più delle opere esposte.
Potremo allora finalmente vedere dai pubblici locali e dalle nostre case dato lo sfratto alle oleografie della Partita a scacchi, della Cavalleria rusticana e dell’Otello.

Nato Sciacca
(“Vita nostra”, 15 gennaio 1933).

 
PIAZZA CAIROLI AI CITTADINI

Signor Cronista,
nei giorni scorsi, ho seguito su “La Tribuna” le varie interviste ed i vari articoli pubblicati su una possibile sistemazione della piazza più importante di Messina, per una migliore disciplina dei posteggi, per una migliore circolazione delle macchine, dei pedoni ed infine, per una sistemazione architettonica di detta piazza, degna di una città che vuole mettersi ailla pari con le altre.
Alcuni, hanno messo in rilievo una «perfezionata» sistemazione tecnica, altri, invece, hanno parlato di una possibile sistemazione architettonica, portando in minore rilievo quella tecnica, e via di seguito.
Ora, nel tempo in cui viviamo e volendo pensare ad un immediato futuro in cui la macchina sarà, ancora più, parte integrale dell’uomo e da questi accettata per la sua funzionalità, credo che sia nepessario guardare ogni latoe risolverla nella sua pienezza.
È naturale ed è logico che, oltre a ciò, sia doveroso fare rientrare tale soluzione anche in una così detta risoluzione architettonica degna di una città, che per quanto proclive ad accettare il problema nella sua evoluzione funzionale, lo risolva anche quale «fatto d’arte» che deve restare, nel tempo.
È indubbio che anche questa città, cui per ragione di forza maggiore è priva da «fatti d’arte» tranne quelle pochissime cose rimaste, anche se sublimi, senta la necessità di possedere una sua piazza centrale che esprima qualcosa e dove la gente possa ritrovarsi rifuggendo dai rumori e trovare un luogo di riposo.
È indubbio che, Messina sorta in un periodo di transizione, a cavallo di due epoche, abbia subito l’influenza di una architettura infiorata dalla quale ancora l’unità non si era sfrondata, e nello stesso tempo, di un «massiccio tecnico» da cui per ragioni note non era riuscita a svincolarsi perchè i voli della nuova architettura si affacciavano all’orizzonte, senza avere detto ancora la loro vera voce.
Ora, l’uomo di oggi pur trovando necessario l’appartenere ad un mondo meccanico, sente la necessità di evadere da tale mondo e rifugiarsi, rientrando, anche se parzialmente, in quel mondo di sempre, al quale egli appartiene. Gli inglesi, per l’appunto, hanno chiamato tali centri con un nome che esprime tale funzionalità: essi chiamano queste piazze col nome di «Room square». Messina, per la sua disposizione topografica, nello estendersi in lunghezza, è ovvio che senta ancora di più la necessità di avere una sua piazza che determini il principio e la fine di tante arterie.
In conseguenza di quanto asserisco, signor cronista, ho sentito la necessità di esprimere questi miei concetti perchè l’unica soluzione logica che questa nostra città meriterebbe, è quella di fare nascere dei sottopassaggi in tutti i sensi, riservati alle macchine, con i relativi posteggi, come oggi esistono in tutte le città dove il traffico è in continuo aumento, ed in modo da lasciare la piazza esclusivamente alle riunioni giornaliere dei cittadini, che, finalmente, possano avere il loro rifugio dal mondo meccanico ritrovandosi nel loro «Room square» dove potere passare quelche momento di tranquillità.
Così, credo sia necessario che, per una migliore sistemazione di tale centro, sia bandito un concorso al quale potrebbero in tale modo aderire artisti e tecnici di indubbia fama.

Nato Sciacca
(“Tribuna del Mezzogiorno”, 22 luglio 1965).


Nato davanti al plastico della Pantalassia

 

 

 

 

 

 


Plastico del «triangolo frangionda»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Un'altra versione della Pantalassia

LA PANTALASSIA E IL CERCHIO MAGICO

La Pantalassia, dal neologismmo greco che significa "tutto mare", è costruzione che dovrebbe sorgere a distanza dalla battigia. Essa dovrebbe venire realizzata su piloni portanti con relative congiunzioni da formare una base solida atta a sostenere tutto il peso delle costruzioni che sorgerebbero sopra, avente, su un lato, delle guglie sporgenti verso i venti preponderanti.
Tale complesso dovrebbe servire per ospitare un gran numero di turisti i quali in esso troverebbero ogni conforto in modo di allontanarsi, anche per un tempo limitato, dalla vita caotica dei giorni d'oggi.
Detto complesso verebbe così composto:
1) Di una grande piattaforma raggiungibile solo per mezzo di natanti, posta su piloni e pareti particolari.
2) Nella parte più sporgente della base si costruirebbero dei complessi alberghieri, paralleli, atti ad accogliere il numero più grosso degli ospiti.
3) Lateralmente ad essi dobrebbe sorgere un'altra costruzione molto alta, avente, in alto, una particolare piscina per nudisti semiaperta, ed una terrazza circolare.
4) Nella parte centrale della piattaforma verrebbe realizzata una costruzione anch’essa decrescente verso l'alto, la quale servirebbe per tutti gli usi normali della giornata, fornita all'interno: di bar, ristorante, sale di soggiorno, cinema, dancing, sale per conferenze, defilé di moda, ecc. e nella parte più bassa, una grande piscina riscaldata per l'inverno.
5) Su un altro lato ancora, verrebbe realizzata una grande piscina atta a tutti gli sports.
6) Ed è ovvio che lungo l'intero "Cerchio Magico" potranno sorgere altre "Pantalassie" da completare ogni più vasta ricettività.
7) Inoltre ancora, nel lato opposto al primo, verrebbero realizzate delle darsene per ospitare i natanti anche nei mesi invernali.

Nato Sciacca

Che cos’è la Pantalassia? Sulle prime, forse per una certa assonanza con quella Galassia di cui siamo ospiti temporanei, ma non sappiamo quanto graditi, pensammo che si trattasse di una diavoleria astronomica sulle tappe della conquista spaziale. Se leggessimo infatti che una Pantalassia si dirige su Venere con strumenti e uomni a bordo, non ci troveremmo niente di strano e penseremmo solo che il Pentagono si adopera a migliorare i suoi vantaggi.
È stato invece molto strano per noi quando abbiamo sentito dalla bocca di un pittore-pensatore-sognatore siciliano che lui stesso si stava accingendo a costruire la prima Pantalassia. Ce l’ha detto con una pacatezza tutta orientale, e anche la sua voce ci sembrava che avesse le assonanze e l’esoterica sicurezza dei bonzi tibetani.
– E la lancerà dall’America? – gli chiedemmo incuriositi.
– No, dalla Sicilia. Ci stiamo lavorando molto, siamo un gruppo di amici e ci sono con noi anche un paio di ingegneri. Pensiamo dì fare un buon lavoro, e col tempo speriamo di ospitare anche gli Americani.
– Però! Ci sembra che le sue ambizioni non rimangano indietro a quelle di De Golle. Ma davvero pensa che la Sicilia possa avere queste attrezzature?
– E perché no? Sono indispensabili se vogliano increnentare il turismo. La Regione siciliana si interessa molto di questo problema.
Le nostre idee cominciarono a non essere più chiare, tuttavia azzardai un’ altr domanda;
– E quale altezza pensa di raggiungere?
– Quattro piani, non di più. Complessivamente una ventina di metri, compresi i piloni portanti. Sì, venti metri sul livello del mare, per ora.
Fu così che dallo spazio cosmico in cui l’avevano posta, la nostra Pantalassia si radicò nel mare, a modeste altezze; e Nato Sciacca, il pittore-sognatore, ci indicò il punto prescelto sulla spiaggia di San Giorgio.
– Guardi, proprio lì, a non più di quindici metri dalla battigia. È bene che sia tutta nell’acqua per evitare o attenuare il riverbero della sabbia infocata; sa, qui quando il sole è a picco sembra d’essere in Africa. Non ci rammarichiano davvero per questo. Dico che non ci rammaricamo della vicinanza con l’Africa, essendo noi il ponte fra due continenti. Però, oltre allo sviluppo che potremo avere domani, conviene anche pensare alla comodità e al refrigerio dei nostri ospiti di oggi.
Abbiamo saputo così che la Pantalassia è un localo costruito tutto sul mare, sorretto da grandi piloni che, ben radicati sul fondo, sorreggono la prima piattaforma a due metri circa sul pelo dell’acqua. Pantalassia infatti – ci spiega Sciacca – è un neologismo forgiato dal greco che cignifica “tutto mare”. Ci dispiace non averci pensato prima, mettendo a profitto le ultime reminiscenze del nostro greco scolastico.
Ora siamo sulla spiaggia, coi piedi quasi nell’acqua, e il nostro pittore – che è poi anche barone e inventore – ci parla con tanta foga, con tanto entusiasmo della sua Pentalassia, e fa dei gesti talmente ampi con le braccia, che anche a noi pare già di vederla, a quindici metri nel mare, sui grandi piloni in cemento armato che, al disotto dell’acqua, son
chiusi da una rete metallica per formare un grande vivaio nel quale i clienti pescano a loro agio. Essi possono sistemarsi con le loro lenze lungo la ringhiera della terrazza interna, sulla prima piattaforma, che guarda il mare con un perimetro di oltre 60 metri. Sulla stessa piattaforma circolano le automibili che vi accedono mediante un pontile. Su quel primo piano ci sono sistemati i posteggi per le vetture, un bar, alcune boutiques, i locali d’incontro per un primo approccio coi clienti occasionali.
Al secondo piano è invece sistemato l’albergo, sopra una piattaforma identica alla precedente, a forma di corona circolare, con un diametro massimo di 50 metri e minimo di 20. Sono 58 camere tutte con bagni e servizi indipendenti e tutte con le finestre sul mare.
Poi si accede al terzo piano, e ci si può arrivare con la scala, con gli ascensori, o con una comoda strada che gira dolcemente all’interno dell’immenso cilindro e consente alle vetture di portare i loro ospiti fino all’ingresso delle sale da pranzo. Là infatti è sistemato un ristorante capace di 400 coperti, un bar, un grande salotto e il salone delle feste attrezzato per spettacoli, raduni, danze, conviti.
In cima alla terrazza. Un’immensa ciambella di circa 1650 metri quadrati che sarà il vero salotto serale della Pantalassia, con angoli di ritrovo o per la cena, con musiche da ballo, con qualche spettacolo cinematografico o di varietà.
Inutile addentrarsi nei particolari perché sembrano ovvii a completamento di un’opera così brillante ed originale: ci saranno infatti i sandalini, lo canoe, i battelli, l’aliscafo per le gite alle Eolie, le escursioni ai vicini centri archeologici; e feste, sfilate di moda, mostre di pittura, ed infine il “Festival del Golfo” del quale Nato Sciacca preferisce mantenere un certo riserbo. Ci mostra tuttavia un grosso album di fotografie scelte con cura: sono le immagini del cerchio magico del golfo di Patti, come lo chiiama lui. Troviamo che è una denominazione appropriata e scorriamo le immagini che stanno tra la realtà e il sogno: Capo d’Orlando, città moderna sovrastata da antichi ruderi e contornata da scogliere quasi irreali; Brolo col suo vecchio castello; Piraino, città ducale, coi suoi antichi palazzi e la torre saracena; Torre Ciaula che da un millennio sfida le onde paurosamente abbarbicata sopra uno scoglio a mare; Gioiosa Marea con le sue caverne inesplorate, una delle più eleganti cittadine della provincia; San Giorgio con l’immensa spiaggia solitaria e col contorno dei ruderi di Gioiosa Guardia e del castello di Vinciguerra Aragona; Patti, vetusta e nobile città, centro del Golfo; Tindari, città greca, col ricordo di Cicerone o di Elena di Troia; Oliveri con la sua "Baia dei Miracoli" e i laghetti marini unici al mondo nei loro colori; Castroreale Terme coi suoi lussuosi locali; e infine Milazzo, città gloriosa fin dai tempi di Cartagine. Con Milazzo si conclude metà del Cerchio Magico che dal nord è completato dalle Isole Eolie, le Hawai del Mediterraneo.
In questa vasta zona – indubbiamente la più dotata d’Italia per bellezze naturali – dovranno un po’ per volta sorgere le Pantalassie. Quante non sappiamo ancora, e neppure Sciacca lo sa. La prima sorgerà intanto a San Giorgio, quasi al centro del Golfo, ma non ci sono particolari motivi che giustificano tale precedenza.
Ci assicura Sciacca che il lavoro per la prima Pantalassia è già bene impostato e che la Regione aiuterà questa iniziativa tendente a valorizzare il turismo isolano specialmente in quelle zone che pur essendo fra le più belle non dispongono fino ad ora dì attrezzature ricettive, o ne dispongono in misura insufficiente.
Ma non è tutto qui, perché sulla spiaggia prevede anche una piscina coperta, collegata al corridoio che conduce all’ìnterno della Pantalassia. Può servire per chi non vuole avventurarsi nel mare, ma più che altro sarà utile nelle giornate di pioggia o di vento o addirittura per consentire i bagni di mare anche d’inverno. Forse non saremo noi italiani a farceli, ma sembra opportuno puntare sul clima siciliano che in genere si mantiene mite anche d’inverno e può, con adeguate organizzazioni, convogliare nell’Isola correnti turistiche del nord Europa.
Ci sembra che gli organizzatori abbiano previsto tutto, perfino la costituzione di una cooperativa, che già all’inizio dispone di mille ettari di buone terre, per affiancare l’opera della Pantalassia e fornire ai suoi ospiti una buona parte delle derrate necessarie, in prodotti genuini.
È davvero utile questo moltiplicarsi di iniziative che vanno trasformando l’economia isolana. Oltre tutto ci dimostrano come sia essenzialmente letterario il cliché del Siciliano abulico che aspetta ogni provvidenza dallo Stato.

C. R. Malamura [Ennio Salvo D’Andria]
(“Pandemonio”, 12 novembre 1966).


Plastico del Ponte sullo stretto

IL PONTE SULLO STRETTO

Nel lontano 1969, avendo preso parte al concorso di “Idee sul Ponte” anche se non avessi la presunzione che tale concorso mi venisse aggiudicato data la vastità dell’opera cui andavo incontro, ma, solo per esternare dei concetti tecnici più importanti che il “Ponte sullo stretto” avrebbe necessariamente richiesto, ho voluto prendere parte a tale concorso, anzi tutto, costruendo un plastico di tale opera senza soffermarmi sulla pretesa architettonica, perchè ho pensato che, date le enormi difficoltà tecniche, la parte dell’architettura avrebbe assunto un valore secondario. Così, ho voluto risolvere alcuni punti tecnici dividendoli nelle varie parti.
Il primo: quello di avvicinare le due sponde e accorciare le distanze con la costruzione di due “istmi”.
Il secondo: quello di realizzare ai due lati delle costruzioni continuative a partire dalla terra ferma sino ad arrivare alle parti più sporgenti per far lavorare a loro agio le trivelle su basi solide poste su adeguati pilastri in modo da non fare subire a dette trivelle spostamenti per le enormi correnti.
Il terzo: quello di un Ponte completamente oscillabile senza avere punti di minore o maggiore sforzo essendo privo di attacchi rigidi, in tal modo vi sarebbe stata una sensibile diminuizione sul diametro delle corde e sul peso. Per quanto qui sopra descritto è facile riscontrarlo nelle varie parti stralciate dalla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 16 Dicembre 1969 a pag. 7 in seguito ad una intervista allora fattami.

Nato Sciacca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Particolare del Ponte


Idee per il collegamento stabile Sicilia-Calabria

Due istmi per il ponte sullo Stretto nel progetto di un tecnico pattese.
Canali di scorrimento tra pilastri con pareti alveari per frenare le correnti marine – Un arco centrale a corde elastiche – Trivelle su binari partendo dalla terraferma

GIOIOSA MAREA, 15 – Tra i progetti presentati al Ministero dei LL.PP. per il concorso di idee per un collegamento stabile viario e ferroviario tra la Sicilia e il Continente – sono 140 elaborati dl tecnici di ogni parte del mondo – ce n’è uno del pattese Nato Sciacca, noto per il suo talento di pittore, scultore e architetto.
Abbiamo avvicinato Nato Sciacca al quale abbiamo chiesto di illustrarci le strutture tecniche del ponte da lui progettato. L’architetto, accogliendo di buon grado la nostra richiesta ha premesso che «data la grande distanza tra le due sponde, la soluzione del collegamento viario e ferroviario sullo Stretto di Messina non è cosa facile sia per le avversità atmosferiche che per le grandi correnti marine come pure per la posizione sismica della zona interessata. Io, nella stesura del progetto, ho tenuto presente queste condizioni naturali della zona sia dal lato costruttivo che da quello della durata nel tempo».
«Anzitutto ho pensato di accorciare la rilevante distanza tra le due sponde creando delle sporgenze con la realizzazione di due “istmi” e ciò non senza aver tenuto in massimo conto le correnti, indubbiamente dannose a qualsiasi ostacolo posto in mezzo allo Sretto che, col sorgere degli “istmi”, aumenterebbero. Per ovviare all’inconveniente, ho proposto di applicare due accorgimenti brevettati, uno di mio figlio Vincenzo e l’altro mio. Il primo comporterà la divisione dell’acqua in un’infinità di frammenti facendo così perdere il peso originario di massa; tale accorgimento prevede la costruzioni di “pareti” a guisa di alveari realizzati in cemento armato o in qualsiasi altro materiale idoneo, formando così dei canali di scorrimento. Il secondo brevetto, invece, prevede la precipitazione dell’acqua verso il basso per frenarne la velocità iniziale poichè dal lato opposto, la direzione dei fori sarà in senso inverso in modo che l’acqua, entrando, troverà maggiore difficoltà ad uscire e in conseguenza all’interno della costruzione verranno a formarsi dei compartimenti stagno dove l’acqua riposerà perdendo ogni velocità. Supponendo, però, che tale accorgimento potrebbe creare l’inconveniente dello interramento è preferibile il primo».
« Per la buona riuscita della opera – ha continuato Nato Sciacca – è anzitutto necessario creare una perfetta continuità di costruzione partendo dalla terra ferma fino ad arrivare nella parte più sporgente possibile. Questa tesi comporterà la giuntura delle pareti con i pilastri mediante sporgenze create nelle pareti stesse e che andranno ad innestarsi nei pilastri ad incastro a forma di coda di rondine».
«I pilastri saranno ben saldati alla terra ferma a mezzo degli “istmi”, ed anche quelli più sporgenti poggeranno su blocchi massicci trattenuti da una continuità di elementi. Inoltre ho ritenuto di dare alla costruzione forma orizzontale affinchè la pressione dei venti abbia minor presa e per una migliore distribuzione del lavoro alle diverse corde e nello stesso tempo per rendere tutto più solido di fronte ad eventuali manifestazioni sismiche. Il raddoppio delle corde, inoltre, non farà altro che dare maggiore sicurezza all’intera costruzione».
«Le corde, passando su punti diversi, sono previste sugli scivoli laterali della costruzione con un punto massimo di sicurezza ed una base alla quale andranno legate. Ad esse non si deve dare un attacco rigido in modo che abbiano continuità uniforme di sforzo e senza che diano ad alcun punto uno sforzo maggiore, “punti di attacco” compresi. L’accorgimento delle corde elastiche, sul criterio dei respingenti delle vetture ferroviarie, darà in conseguenza uniforme lavoro a tutta la intera lunghezza e nello stesso tempo ne diminuirà il diametro e il peso rispetto alle corde rigide».
Questi, secondo Nato Sciacca, i tempi di realizzazione:
1) Iniziare la costruzione dalla terra ferma – inoltrandosi nel mare e avvicinando il massimo possibile le due sponde mediante costruzione degli “istmi” – di pilastri con pareti alveari e pareti massicce in modo che vi sia una continuità neolitica della terra ferma fino alla sporgenza massima dove andrebbero posti i pilastri più sporgenti. Così facendo, oltre a legare alla terra ferma persino l’ultimo blocco, non ci sarebbe pressione alcuna da parte delle correnti per il defluire naturale dell’acqua, anche perchè gli alveari ne consentiranno la circolazione con
assoluta libertà di movimento».
« 2) Una congiunzione perfetta tra pilastro e pilastro avverrà mediante incastro con gli stessi delle pareti alveari e di quelle massicce a coda di rondine e con copertura.
« 3) Le trivelle potranno lavorare sia longitudinalmente che lateralmente perchè poste su una base solida, partendo dalla terra ferma, servendosi di appositi binari, avanzeranno seguite da grue fino a profondità rilevante senza temere spostamenti di correnti o d’altro. Le trivelle provvederanno sia alla immissione e alla estrazione dei tubi, mentre le grue provvederanno alla posa delle sagome a coda di rondine subito dopo che saranno realizzati i necessari pilastri. Con questo criterio l’opera poggerà su basi più larghe, l’arco sul mare sarà più corto, offrirà meno vulnerabilità ai venti, verrà ad avere una maggiore stabilità ai movimenti sismici anche perchè verrebbe realizzata in posizione orizzontale anzicchè verticale».
«Mi preme precisare infine, – ha concluso l’architetto Sciacca – che le corde di cui ho già parlato, potranno essere di un numeroimprecisato a condizione che vengano attaccate in un posto non rigido dai due lati e così potranno portare in maniera uniforme per tutta la lunghezza e da entrambi i punti d’attacco. I blocchi sporgenti delle due estremità dove si vorrà iniziare 1a costruzione dell’arco centrale saranno legati alle due basi poste sulle due sponde in un unico corpo in modo tale di avere un’opera della lunghezza di tutto lo Stretto di Messina in un unico blocco con la terra ferma».

Lorenzo Scirocco
“Gazzetta del Sud”, martedì 16 dicembre 1969