La storia di due giovani: Mohammed, un tunisino che per capriccio intellettuale decide d’imbarcarsi su un gommone di disperati in cerca d’una presunta libertà e finisce a vivacchiare facendo il ‘vu cumprà’ in Sicilia; e Dodo, un diversamente abile abbandonato dai genitori e cresciuto all’ombra del nonno, fascista e violento che lo plagia. La vicenda, che finirà in un’inaspettata tragedia, offre lo spaccato di una ‘piccola’ società, purtroppo assai attuale, assoggettata alla televisione, al consumismo, al preconcetto e all’ignoranza...
1831. La sera del 9 luglio un’isola nuova emerge dal mare. Un’isola di cui nessuna carta nautica riporterà mai le coordinate. Le tre potenze navali che dominano nel Mediterraneo se la contendono, ognuno di quei governi impone persino un nome ad un fenomeno che non ha precedenti a memoria di geografo, in quel tratto di mare tra la Sicilia e l’Africa. Ora i migrantes vi annegano a migliaia. Trenta giorni dopo l’isola scompare [...]
Il testo analizza compiutamente l’interessante personalità del pittore Giuseppe Vanadia, oggi ricordato da pochi, che ha attivamente partecipato alla vita culturale di Messina tra gli anni Cinquanta e i Settanta del Novecento e le cui opere sono custodite nelle principali collezioni pubbliche cittadine e siciliane.
[...] Vasta le sue parole le sa collocare benissimo nello spazio e nel tempo, a volte fino al più impudente, delizioso virtuosismo formale, tale è la sicurezza che egli porta nell’arte di scrivere versi. Un’arte che si sostanzia di una serie di incroci in cui i consapevoli, doverosi omaggi alla grande tradizione poetica siciliana si mescolano con una linea “meridionalista” che inopinatamente ritorna dopo anni di immersione carsica. [...]
È forse questo il sintomo più interessante e vitale del libro, se non altro perché consente a Saverio Vasta ulteriore sviluppo in direzioni per ora imprevedibili. [...] Emilio Isgrò
[...] Ci si muove dentro la mitologia del quotidiano e nel suo paesaggio privilegiato, quello urbano con i suoi esterni, confinanti con il paesaggio naturale, sempre ai limiti di una follia che assedia gli uomini e i loro così detti civili agglomerati. Si tratta, è evidente, di una mitologia polemica nel segno delle felici sorti progressive di leopardiana memoria a partire da quella spontanea vena speculativa dell’autore iscritta in una quotidianità che si serve di tutto e di tutti, che sa recuperare e spremere a suo vantaggio qualsiasi prassi e fantasia per segnalare – appunto attraverso la poesia – la nevrotica rischiosa separazione dalla natura e dal suo nucleo vitale. Paolo Ruffilli
Atti del convegno del 12 marzo 2011 (Capo d'Orlando) con interventi di Giuseppe Antillo, Anna Aricò Cuva, Vincenzo Consolo, Piero Fagone, Vittorio Fagone, Melo Freni, Pippo Galipò, Emilio Isgrò, Linda Liotta Sindoni, Pompeo Oliva, Carmelo Romeo, Giuseppe Sicari, Enzo Sindoni,Vittorio Sindoni, Natale Tedesco.
Ricordare Basilio Reale è apparso a tutti, più che opportuno, assolutamente doveroso considerato il legame da lui mantenuto con Capo d'Orlando, sua città natale.
Dí questo intendimento, largamente avvertito, si è fatto interprete Giuseppe Antillo che ne ha promosso la commemorazione.
"Les toiles de Cécile se succèdent, s'entrelacent et se parlent entre elles pour instaurer un dialogue, celui qui naTt de l'intériorité du peintre, de son travail solitaire. Le travail méme impose à l'artiste de sortir de son isolement pour se (aire réceptacle et miroir d'une sensibilité partagée, des luttes, des émotions, des idées d'une humanité aussi semblable que différenciée.
Cécile ressent son devoir d'engagement dans le présent par l'intemporel de son oeuvre".
(Dalla Presentazione del Catalogo di Francesca Dosi).
Catalogo del "Workshop di scultura", Castroreale (Messina) 17/24 Agosto 2010a cura di Nino Sottile Zumbo
Nell'ultima chiosa lo scriba annota:
«Mi chiedi quale segreto è nascosto nelle sculture di H.N.. Ascolta questa parabola. Sei a Kyoto, antica Capitale dell'Impero nipponico. Rècati all'alba al Giardino di Pietra del Tempio Ryoanji. Il suo nome è anche Giardino del Vuoto o del Nulla. Poche pietre, con qualche ciuffo di muschio, sparse a picco sulla ghiaia che sembra un mare. II Giardino è minuto e limitato da un muro di creta, forse impastata con olio... (Nino Sottile Zumbo)
Il centocinquantenario dello sbarco di Garibaldi alla Marina, celebrato il 19 luglio 2010, e le polemiche — poche e garbate, per la verità — che ne sono sorte, hanno fatto nascere in me la curiosità di conoscere — funditus — cosa fosse veramente accaduto a Patti in quei giorni. Mi ero reso conto di conoscere solo la lapide posta sulla facciata di un palazzo dove ero stato da bambino in visita con i miei genitori, null'altro che uno dei soliti, guardati con indifferenza se non con sufficienza, "Garibaldi ha dormito qui". Così è nata questa ricerca, di cui dichiaro la modestia a causa della sicura incompletezza dovuta alla difficoltà di accedere alle fonti, ma che mi ha però consentito, da un lato, di verificare — e di dimostrare — il radicato spirito antiborbonico dei pattesi ed il loro entusiasmo per quei volontari giunti dal resto dell'Italia per liberarli da un regime male accetto e, dall'altro lato, di apprendere di quale tempra fossero questi patrioti, da cui ci distanziano, in verità, non solo meno di cinque generazioni ma un'era di valori perduti. [...]
[...] Le storie qui per la prima volta raccolte in un unico volume, scritte tra il 1998 e il 2010, ci mettono di fronte a vicende spesso grottesche, estrose quanto ironiche, da quelle più serie e sconvolgenti a scene di vita comune stravolte da eventi inimmaginabili, apparentemente normali, che all'improvviso deviano lontanissimi dalla realtà quotidiana, tornando ad essa da strade non tracciate.
Graziano Delorda riesce a sorprendere le aspettative del lettore, giocando con una visione spesso cinica e surreale di certi automatismi, arricchendo di nero umorismo e mistero quelle situazioni che potevano apparire più scontate o banali, forse prevedibili, se non fosse intervenuta la penna dell'autore a modificarne l'esistenza.
«Povero e sventurato quel popolo che non conosce nessuna gloria patria, nessuna elementare storia degli avi, a cui chiedere ispirazione di scienza e di valore, esso è condannato a cullarsi spensieratamente nella corruzione, nell'ignavia e nell'ignoranza! Se ogni città scrivesse i suoi avvenimenti memorabili, se conoscesse gli uomini [...], se studiasse i monumenti [...], se avesse insomma la sua storia particolare, allora si comprenderebbe pienamente la storia regionale, nazionale, generale e universale». [...] Lo scenario è quello di un grande borgo della provincia siciliana con gli atavici problemi della povertà, delle carenze della viabilità, dell'economia repressa. Le comparse sono gli abitanti del luogo con i loro bisogni: gli artigiani, i negozianti, gli agricoltori, le autorità che reclamano provvedimenti, la gente che non sa come sbarcare il lunario. Era la situazione di tanti altri paesi di tutte le province italiane in generale e di quelle siciliane in particolare di quel periodo storico. [...]
Con l’occhio incantato di una candida memoria, la seconda raccolta di ricordi di Maurilio Catalano, adesso legati al mare. Il mare dei suoi ricordi e della sua fanciullezza perenne. E della nostra, se con una spontaneità che a volte commuove, è in grado di far rivedere il ‘fanciullino’ che anche noi abbiamo vissuto, anche senza il mare. Abbiamo detto di lui “figura difficile da definire”. Meno, adesso, se lasciamo che ci conduca, con semplici segni espressivi, nel suo mare di ricordi.
Maurilio Catalano non è navigatore oceanico, né pirata, né mitica figura hemingwayana. Il suo mare si consuma in una domesticità in cui anche noi possiamo riconoscerci. Un mare del Borgo, misterioso e vivo, su cui si specchia a ritrovare disordinatamente i suoi ricordi, ma sulla cui superficie anche noi ci riconosciamo...
Era proprio necessario un altro libro su Palermo? È quello che si chiede l'autore in apertura di questo suo curioso volumetto, a metà strada tra un diario di memorie e una guida — tanto personale quanto parziale — alla scoperta di luoghi e personaggi inconsueti, o semplicemente celati agli sguardi più distratti. La stravaganza affascinante del capoluogo siciliano può rivelarsi inaspettata a bordo di un autobus, lungo il sentiero della movida, intorno al caos domestico di un giovane artista, davanti a un ristorante improvvisato, nel quartier generale di un rigattiere. Una città eccentrica e anticonvenzionale, dentro la città che tutti crediamo di conoscere.
Questi
di Giuseppe Loteta sono racconti brevi. Ma[ ...] quando siete
arrivati in fondo al libro vi chiederete retoricamente come
me: perché di ognuna di queste folgorazioni Loteta
non ne abbia fatto altrettanti romanzi? [...] Uno spreco,
perche i racconti di Loteta sono un concentrato di romanzeria
suscettibile di diventare anche altro.[...] In conclusione;
it romanzo truccato da ‘racconti’ apre una finestra
sulla formazione di una identità: quella dell'autore,
ossia uno di noi. Che autore è Loteta? un ironico,
un introspettivo, un retrospettivo, un funambolo che si infila
nei panni del personaggio in terza persona per parlare di
se? Non vi sono dubbi, questi diciassette racconti di Giuseppe
Loteta sono il suo romanzo di formazione; uscito per tempo
sarebbe stato ancora un romanzo di formazione di una generazione
di Messinesi.[dalla prefazione di Vanni Ronsisvalle]
Guerra
e Pace e Anna Karenina sotto la lente del critico
letterario. Una lente davvero speciale se consentì
al suo autore di produrre un saggio tale da essere definito
«il capolavoro della critica letteraria russa, in grado
di sviscerare l'essenza dell'arte letteraria prescindendo
dal messaggio dell'autore» (D. Mirskij). I romanzi
del conte L. N. Tolstoj è stato qualificato nel
tempo in termini "assoluti", per importanza e valore,
anche da altri grandi interpreti della scrittura; ciò
nonostante la sua fama è stata sempre circoscritta
a cerchie ristrette di lettori e di specialisti, sia in patria
che oltre i confini della Russia. Scritto da Konstantin Leont'ev
nel 1890, poco prima di morire, il saggio rappresenta una
sorta di «testamento letterario rivolto alle generazioni
successive degli scrittori russi», un libro pertanto
ancora oggi attuale e provocante.
Sorprende
non poco, in un momento in cui i giovani sembrano dirigersi
verso ben altri traguardi, l'attenzione e la passione con
cui questa cultrice insegue le memorie della sua comunità
per estrarre da quei ricordi, con rigore scientifico, parole
ed immagini che rappresentano sentimenti e sottolineano momenti
di vita. Un diario di tante brevi storie di normale umanità,
un vissuto raccontato attraverso le parole delle "canzuna",
una lettura che è anche e sopratutto cronaca delle
vicende della gente di queste contrade, nel cuore di Sicilia,
di Capizzi. Una città robusta di orgoglio, uno dei
rari luoghi che, anche per posizione geografica, è
riuscito a conservare integro il proprio patrimonio culturale,
nei tempi di un magico rito che, di anno in anno, non spegne,
ma ravviva la tradizione di questa comunità conosciuta,
nel resto dell'Isola, per la sua particolare fierezza. [dall'introduzione
di Gaetano Rizzo Nervo]
x
Mario
D'Agostino, Presentazione. Enzo e Giovanni Sciacca,
Saluto. Lucio Falcone, N.d.C. Giovanni Joppolo,
Prefazione. Ennio Salvo D'Andria, Il poeta dell'arte
astroabissale. Michele Spadaro, Strane linee.
Maria Volpi Nannipieri, Cominciare. Beniamino Joppolo,
Masino. Alberto Vullo, Più di tutto, un
poeta. Gianni Giuffrè, Il seme lento.
Joseph Donato, «Non ho conosciuto Nato Sciacca».
Salvatore Natoli Sciacca, Un uomo libero.
Tavole
a colori, sculture, disegni e un'appendice di scritti di Nato
Sciacca.
A più
di cinquant’anni dalla prima e unica edizione, si pubblicano
le 9 liriche del poeta Lucio Piccolo, per iniziativa
del Museo a lui dedicato a Ficarra.
Esse furono stampate nel 1954, a spese dell’autore,
presso la tipografìa Progresso di Sant’Agata
di Militello e spedite, “fra gli altri”, a Montale.
Un curioso invio, questo, ‘senza affrancatura’,
che gli valse, come narra l’aneddotica, la presentazione
da parte del grande poeta ligure al Premio San Pellegrino
e poi la prefazione alla pubblicazione della seconda e più
famosa raccolta, Canti barocchi e altre liriche,
edita da Mondadori nel 1956...
La ricostruzione
storica di un gruppo anarchico siciliano composto da Antonino
Puglisi, Francesco Martino e Leo Giancola, nati a Librizzi,
nei Nebrodi, compagni d’infanzia e di fede politica.
Tutti e tre soldati della Grande Guerra, di ritorno dal fronte,
abbracciarono l’anarchismo e nel 1920 si mobilitarono
contro il fascismo. Leo Giancola nel 1921 emigrò a
New York, dove fece parte della redazione de “l’Adunata
dei refrattari”, e dove conobbe Armando Borghi. Nino
Puglisi, perseguitato dal fascismo, fu mandato al confino
e morì all’ospedale psichiatrico Mandalari di
Messina. Appresa la sua morte, Giancola ricordò il
compagno d’infanzia e di fede nell’ “Adunata
dei refrattari” del marzo 1945. Insieme alla loro storia
viene raccontata quella del fuoriuscitismo anarchico e degli
anarchici siciliani.
Un fantastico
romanzo autobiografico, illuminato dalla luce e dai misteri
della luna, e dall’accecante sole siciliano, che mette
a confronto la vita e i sogni degli adolescenti degli amni
sessanta con quelli dei loro coetanei di oggi.
Beniamino
Biondi è nato il 12 maggio 1977 ad Agrigento. Poeta
e saggista, collabora con importanti riviste di letteratura
e critica cinematografica, cura rassegne di cinema d'autore
e svolge attività di drammaturgo e regista teatrale.
Inoltre partecipa come relatore a numerosi convegni e giornate
di studio. Ha curato l'edizione delle poesie complete del
filosofo Aldo Braibanti. Ha pubblicato opere di poesia, teatro,
cinema, filosofia e critica letteraria.
Nel
fluire della vita ci si interroga continuamente sul proprio
"andare" e sul valore di quel "Segno"
che ci pone in rapporto con l'Origine, con l'inizio. "Segno"
– sembra di capire dai racconti della Rando –
inteso come incessante “presenza” di cui noi siamo,
in ogni istante spettatori ed attori. Si coglie, infatti in
questi racconti come una misteriosa dimensione che, muovendo
dalla natura, attraversa la vita dell'uomo e la determina.
Mistero e natura creano così un effetto ondulante di
lento girovagare che si carica di sensi e di vita e diventano
le parole/chiave per penetrare e comprendere le storie narrate.
Le vicende si snodano in aura incantata e disincantata perché
Giuseppina Rando scrive con animo di poetessa qual é,
ma anche con acuto realismo e da queste doti congiunte scaturiscono
una felicità narrativa e uno stile amabile, misurato,
assolutamente personale.
C'è,
nell'universo del tempo, una foresta sempreverde e rigogliosa
che, agitata dal vento, si tormenta, dove ogni albero é
una donna e, anche se il vento scuote quegli alberi ad uno
ad uno, non li abbatte, perché hanno radici profonde.
I loro rami sono il grembo della vita e le foglie, vibrando,
raccontano tante piccole grandi storie di donne, guerriere
del tempo o arrese alla loro condizione, di donne che hanno
fatto di sé un esempio, pur non cambiando i pensieri
del mondo. Donne eroine o segnate da una v ita che non fu
mai loro: vittime o testimoni dei loro giorni, consapevoli
o incoscienti del proprio destino, hanno tracciato un disegno
misterioso, affascinante o spietato...
Il successo
di Beniamino Joppolo nel dopoguerra milanese avviene soprattutto
con questi tre romanzi. Joppolo dispone dell’interesse
di una casa editrice importante, quella di Valentino Bompiani,
con la quale pubblica nel 1945 La giostra di Michele Civa
e nel 1949 Un cane ucciso. Questi due romanzi,
con il lavoro teatrale I carabinieri (scritto nel
1945) costituiscono l’asse centrale della sua opera,
che si teorizza, sempre in quegli anni, con l’elaborazione
dell’Abumanesimo. A dar corpo al pensiero abumanista
concorre un piccolo romanzo scritto e pubblicato, con sei
disegni originali di Giuseppe Migneco, nell’immediato
dopoguerra, Tutto a vuoto (Milano, 1945).
Tutta
la nostra vita, la nostra storia si è fondata su un
principio indiscutibile, quello dell’evoluzione dal
peggio al meglio, un principio non dimostrato e perciò
di fatto un dogma, con l’ulteriore aggravante che mentre
quelli religiosi possono trovare riscontro nella dimensione
spirituale dell’uomo, quello del progresso è
del tutto immaginario. Il mito del progresso trascina con
sé quello dell’istruzione “secondo le esigenze
dei tempi”, “all’altezza dei tempi”.
Espressioni che istintivamente non ci sogneremmo mai di porre
in discussione, a tal punto siamo influenzati dagli slogan
che hanno permeato la nostra coscienza e la nostra mentalità.
Eppure basterebbe farsi qualche domanda per minare alla fondamenta
l’edificio...
Siamo
negli anni ‘80, al grido di Vamos a la playa la famiglia
Germanà ritorna in Sicilia stabilendosi nel Villaggio
Pace, un piccolo villaggio di pescatori sulla Riviera Nord
di Messina. Gabriele ha 7 anni, è scarso a botte ma
veloce come una scheggia, ha più giocattoli degli altri
e non sa parlare in dialetto né ballare la break dance
come i più grandi. Tra colorate feste patronali, lo
Stretto sullo sfondo, scemi di paese e ragazzini specializzati
in guai, questa è la storia di come Pace e Gabriele
crebbero assieme. Un irresistibile ritorno ai luoghi più
cari dell'infanzia, un ritmo incalzante che contagia e diverte
pagina dopo pagina.
[...]
per quanto riguarda casa mia, l'esperienza e la tradizione
delle ricette mi deriva da mia nonna, da mia madre, e da tutte
quelle donne egadesi che mi hanno cresciuto insegnato e consigliato.
Il mondo maschile (il nonno, mio padre, mio marito) è
quello della mia fanciullezza e della mia maturità,
di ieri e di oggi, ma sempre delle Egadi, del loro mare e
della loro tonnara. Ma anche degli orti e dei campi, con i
profumi egadesi che in cucina diventano aromi e sapori.
Ho forse badato molto più alle ricette di pesce (e
di tonno, in particolare), che poi condisce paste, piuttosto
che alle carni e ai polli, che nella nostra cucina non mancano.
Amori,
delitti, intrighi: le vicende di una città siciliana
sul finire del ’400, al momento dell'espulsione degli
Ebrei. Una società vivace e piena di personaggi singolari:
c’è l’ereditiera che rinuncia per amore
ai beni paterni; c’è lo spregiudicato capitalista
che si fa battezzare per favorire la sua ascesa sociale; c’è
il medico che nel possesso di una statua antica e di un’avvenente
saracena cerca l’appagamento del suo eros insoddisfatto;
c’è l’inquieta schiava che si illude di
conquistare la libertà con una conversione dell'ultimo
momento...
Sullo
sfondo echi di una guerra “cattiva” e comunque
“non giusta” accompagnano le vicende dell’Autore
che, suo malgrado, riesce a dipingere ritratti umani di straordinaria
bellezza, colti nella loro essenzialità dallo sguardo
sensibile di chi non si lascia sporcare dall’intolleranza
e dalla malvagità.
La novità
della poetica del Manzella, rispetto ad altra poetica e ad
altri poeti, sta nel superamento di un pessimismo cosmico
e di una sorta di canto personale solitario ed ermetico. Il
canto si fa corale, l'accettazione non è un'ultima
spiaggia ma è il coraggio dell'uomo che nella vita,
nella morte, […] trova finalmente l'elemento fondamentale,
l'elisir dell'esistenza: l'amore. […] Le sue poesie
irradiano ed emanano sia semplicità e purezza, sia
l'ardore della passione, sia la lentezza del pensiero, sia
la velocità del gesto, sia i profumi sia gli odori,
sia la luce sia il calore che ci circonda e che ci prende
con questo acetilene, gas attraverso il quale scorgiamo un
mondo nuovo eppure così vicino. (C. Cultrera)
Vorremmo
poter dire anche noi che "la guerra tra l'Italia del
Nord e l'Italia del Sud non si farà", se Andrea
Genovese non ce l'avesse già raccontata, con una lucidità
che stupisce il lettore di questo romanzo...
Colpisce e sorprende la scrittura ricca, densa, pastosa. Per
chi ne conosce la poesia, i lavori teatrali in francese, e
soprattutto la trilogia romanzesca pubblicata di recente,
solo l'Italietta letteraria europapista può ancora
ignorare che Genovese è uno dei grandi scrittori italiani
del nostro tempo.
La sua
figura e la sua opera, come risulta da questo volume, non
ridisegna la storia del Movimento, ma certamente la arricchisce
e la completa. Cogliendo le istanze proprie del Futurismo
e rifondendole col lirismo tardo-crepuscolare iniziale, l'aeropoeta
futurista Gerbino pubblicherà poesie (Telegrafo
e telefono dell'anima, 1926), una commedia (La congiura
dei passeri, 1927), un romanzo (Barbara la dattilografa,
1929). Nel ripubblicare l'opera completa emerge, specie nel
ricco epistolario che la conclude, il legame letterario ed
umano con tutti i maggiori esponenti del Futurismo (...)
In questo
secondo volume sono raccolti i lavori teatrali scritti tra
il 1946 e il 1956:Il secondo diluvio - I tre cavalieri - Andrea Pizzino
- La tana - L'arma segreta - La provvidenza - Irma Lontesi
- Una curiosa famiglia - Il complotto dei soldi - Il seme
è bianco.
Fondata
nel 1977 con interessi prevalentemente indirizzati a rilevare
il mondo delle tradizioni e delle letterature popolari e delle
microstorie locali, la Pungitopo editrice nell'ultimo triennio
ha rivolto la sua attenzione alla cultura nazionale e straniera,
individuando particolari settori d'intervento e metodologia
di ricerca. Le principali collane si pongono come punto di riferimento
nei settori della produzione narrativa, teatrale e saggistica,
tanto isolana quanto italiana ed europea. Con importanti riproposte
di autori e tematiche del passato, sono presenti nel suo catalogo
nomi nuovi ma assai significativi della cultura contemporanea.
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