« […] Quella di Elena Saviano non è poesia di intrattenimento né ricerca versaiola della sentimentalità, ma verso che narra o intende narrare il cammino esistenziale verso la luce della interiorità e la gioia dell’umanità ritrovata. Vi si legge anche una passione intellettuale sommessa ma persistente, proterva a resistere contro ogni illanguidimento etico sia della politicità che della religiosità che sottintende e sorregge la sua ars poetica.[…] »
«Ho puntato non tanto sulle recensioni, troppo legate alla fissità di uno spettacolo lontano, ma a “pezzi” su personaggi del teatro del ’900 (apparsi per lo più su “Gazzetta del Sud”). Temi, cioè, che avevano una loro attualità al tempo in cui sono stati scritti (una scomparsa, una ricorrenza, una prima…, senza alcuna intenzione esaustiva), che la conservano anche adesso e che probabilmente l’avranno anche domani. E ho cercato di trasformare il tutto in qualcosa di utile per chi legge, con due accorgimenti. Il primo è un “ammodernamento” o “ristrutturazione” dei singoli capitoli (ed ex articoli), aggiungendo concetti e circostanze grazie a uno spazio maggiore di quello ristretto di una pagina di giornale. Il secondo è un complesso apparato di note (insieme con una nutrita bibliografia), appetibile per gli appassionati di teatro, che consente di ritrovare facilmente (grazie anche a un dettagliato indice analitico) spettacoli famosi con la loro distribuzione di ruoli, che instaura collegamenti tra un personaggio e l’altro, che mette insieme nomi e date, utili anche a una “storia” (per carità, tra virgolette e con la s minuscola) del teatro, soprattutto della seconda metà del Novecento».
Anche in questo nuovo `romanzopoesieracconto' Pietro Venuto ripropone quel connotato di musicalità plurivocale e sincopata che ha contraddistinto la sua scrittura narrativa e lirica, tra aspri segnali realistici e ventate di acrobatica visionarietà. Qui si edifica una pagina di largo respiro, pur nella sua fondamentale strutturazione nucleare, atomistica e percorsa da ricorrenti membrature foniche e fonosimboliche, assonanze inattese e rime neglette e, per contro, così tenaci nell'inseguirsi e ritrovarsi, aprendo prospettive di meraviglia. Un'orchestrazione sonora e al tempo stesso sussurrante e suasiva adatta a sostenere un controcanto interno flessibile, colloquiale e compatto, sintonico e omogeneo nella sua sottesa logica...
(dalla prefazione di Giuseppe Amoroso)
«Le sensazioni irrefrenabili che a volte si affollano dentro di me, spesso mi impongono una liberazione: ecco che il magma opprimente delle emozioni, "deve" necessariamente fuoriuscire. Tale "vulcano delle sensazioni" lancia i suoi incandescenti lapilli in versi precisi e liberatori.
Ecco, quindi, che la poesia diventa per me strumento di comunicazione immediata tra il poeta ed il mondo che lo circonda. Se manca tutto ciò, significa che il lapillo lanciato si è raffreddato lungo la parabola ed ha perso la sua forza di penetrazione, ancora prima di raggiungere l'obiettivo.
Allo stesso modo, l'ispirazione che colpisce il poeta lo rende immobile, quasi di sale, nella relazione con il mondo esterno. Dopo quell'attimo, però, inizia il lavorio magmatico-intellettivo-creativo che lo porta all'esplosione vulcanica... (Pietro Manzella)
Questa "piccola storia di paese" è frutto di pura invenzione. I personaggi citati con nome e cognome sono realmente esistiti e, seppure collocati nel loro reale contesto storico, non hanno alcuna attinenza con la vicenda narrata, tutti gli altri sono inventati e non riconducibili a persone viventi o vissute. Ogni riferimento a persone, luoghi, fatti, cose è da intendersi, pertanto, in modo puramente casuale.
Una raccolta di poesia, di poesie d'amore, perché ispirate da una corda civile o dettate da un immutato amore per una donna-città, la sua Messina. Loteta ripercorre, adottando il registro a lui, giornalista e scrittore, diverso e inusuale della poesia, sentieri che lo riconducono a stagioni anche lontane, con un sentimento nostalgico, ma anche fortemente attualizzato da una sua chiara partecipazione civile a tematiche sociali, che ce lo restituiscono appieno vivo testimone del nostro tempo.
Hanno pescato di notte e di giorno, varato le barche, tirato le reti, salpato le nasse e trascinato le imbarcazioni a secco. Gestualità maschili, atti usuali fra gli uomini di mare, qui tuttavia si tratta di donne. Sono le pescatrici e le donne di mare della Sicilia, di un luogo particolare dell’Isola: l’arcipelago delle Eolie. Forti, coraggiose, audaci, le donne eoliane, sino alla prima metà del Novecento, hanno sfidato quotidianamente il mare per
mantenere se stesse e le loro famiglie. Sembrerebbe l’invenzione, magari affascinante,
di una studiosa, è invece la realtà di un territorio che ha coinvolto i destini di molte
generazioni di donne. Pressoché dimenticate dalla storia insulare, le donne di mare
ritornano oggi a reclamare il loro diritto alla memoria. E lo fanno attraverso questo
libro che raccoglie le loro voci, le loro storie. D’altronde, qual è il senso simbolico di
un molo, di una caletta, di un porticciolo se svanisce per sempre l’immagine delle
donne con le schiene curve e le mani strette sui remi che si allontanano nel mare eoliano?
Donne che hanno imparato a dare il nome ai venti e a leggere le ore nelle stelle...
Nella tarda estate del ’43, poco prima dell’arrivo degli angloamericani, Italo
Tiraboschi, maresciallo dei carabinieri piemontese, con alle spalle un lunga esperienza
in terra d’Africa, viene trasferito in Sicilia, dove assume il comando di una
piccola stazione in un villaggio di pescatori sullo Stretto di Messina. La mattina
seguente al suo arrivo viene compiuto, tra le rovine di un tempio greco, l’efferato
omicidio di un giovane pescatore. Indagando sul delitto, Tiraboschi scopre che la
popolazione del luogo è devota ad un antico, arcano e crudele culto pagano: l’adorazione
di una divinità misteriosa, che ricambia gli abitanti del luogo nella notte del
solstizio d’estate con una pesca miracolosa.
Dios a la vista! è un saggio critico sulla religione, ma è anche il racconto del lento ‘itinerario’ che, da ‘ministro della fede’ cattolica, portò Garcia alla laicità. «Lasciati gli ambienti del seminario e dell’università, mi trovai a dover combattere contro domande fastidiose su Dio, sulla fede, sulla ragione, sulla libertà, sulla giustizia, sulle chiese, ecc., che s’insinuavano nella mia mente di sacerdote senza essere invitate. Mi trovavo allora ben armato di ‘citazioni scolastiche’, di bibliografia solida, di apparati critici… Ma la risposta alle domande intruse non venne dal corredo critico che mi ero portato dall’università, bensì dalla vita, dal mescolarsi della mia vita con la vita degli altri, dallo sforzo che giorno dopo giorno dovetti fare per dare a quelle domande una mia risposta. Per questo offro ora all’eventuale lettore quelle stesse domande che bussarono alla mia porta senza la rispettabilità dell’erudizione. Se qualcuno le leggerà, saprà accettarle o rifiutarle da solo. Troverà anche lui la risposta alle proprie domande. E poiché, a quanto sembra, l’umanità non sa vivere senza Dio, forse, un giorno o l’altro, avremo una teologia laica».
Fra il '300 e il '400 sono attivi in Sicilia numerosi medici ebrei, uomini e donne. Di molti conosciamo anche le generalità e le città dove esercitavano. Il libro ne dà l'elenco completo. Spiccano, fra tutti, i nomi di due "dottoresse": Bella di Mineo e Virdimura di Catania.
Ma dove e come si formavano questi medici? Quali erano le loro capacità professionali? Il libro cerca di rispondere a questi ed altri quesiti, partendo dalla recente scoperta - fra i manoscritti di una biblioteca tedesca - della copia (realizzata a Licata nel 1484) di un famoso manuale medico medioevale.
Un uomo, seduto sull’uscio della propria esistenza, si lascia trasportare dalla vita, ma senza rassegnazione. In questo lungo e lento tragitto, si dipanano storie e vicende che dilaniano l’animo e diventano nutrimento dei giorni stessi.
Nel graduale proseguire della sua esistenza, si lascia orientare dal fulcro luminoso dei ricordi della
sua infanzia. E se la fanciullezza è l’essenza che cattura per sempre, il luogo dell’infanzia diviene
il motivo rigeneratore della vita stessa, scrigno della memoria, alimento dell’anima e talora persino
sicuro rifugio dal tormento del tempo, sebbene, talvolta ostile, struggimento e pena, ma fedele
compagno di quel lungo e incognito viaggio che è la vita stessa. Le storie narrate, tratte da spunti
reali, attraversano il forte e sotterraneo fermento sociale del Risorgimento siciliano, che emerse
prepotente, feroce e incontenibile nei centri più remoti dell’Isola.
La Sicilia, nel cuore del mar Mediterraneo, è stato un luogo in cui, in passato, molti uomini di cultura
diversa si sono incontrati, provenendo da Oriente e da Occidente. Il passato lascia impronte, come sulla sabbia, che possono condurre al presente, quando non vengono cancellate. Spegnere, per un po’, la tv e ascoltare le favole di una volta, è come fare un viaggio verso il passato, seguendo quelle impronte, per non dimenticare. S’incontrano parole nuove che, come un vestito, contengono pensieri e valori diversi da quelli proposti dalla pubblicità e se i grandi possono approfondire la storia linguistica siciliana, le nuove generazioni possono entrare nella magia del tempo antico.
Dopo i racconti de “Il mare dall'Alto”, Osvaldo Gagliani si cimenta nel Romanzo; e lo fa alla sua maniera, in solitario, fuori dagli schemi usuali e dai cliché.
“Il Diavolo cavalca in doppio petto” è più che un giallo: è soprattutto un romanzo colto e popolare. La vicenda cattura il lettore e lo invita a riflette sui temi che attraversano la vita, l'esistenza degli individui e della società. Sulla scia di un mitica perla e di un antico naufragio, la Storia e la leggenda si inseguono piegando il tempo fino a penetrare la realtà del quotidiano e a dare vita alla cronaca. La profezia di un'imminente Apocalisse si materializza nella minaccia di una “nave dei veleni” inabissatasi misteriosamente nel mare di Calabria. Sulla scena si agitano i protagonisti che intrecciano le loro vite e “giocano” i loro destini alla ricerca di quel “Filo di Arianna” che li condurrà alla scoperta della verità.
Tornato nella sua terra dopo vent'anni, l'autore riscopre con struggimento l'appartenenza alle sue radici profonde. La narrazione di eventi e di personaggi, che ne hanno fatto parte e in queste pagine richiamati a nuova vita, diviene appagamento, ma anche catarsi.
Nei cinque racconti la vita, i colori, i chiaroscuri, i profumi e l'odore del sangue che ha bagnato la terra di Milazzo nel corso di drammatici eventi e di dominazioni che l'hanno sfruttata e devastata.
Gli avvenimenti, come se caduti dal cielo, sembra che non lascino una sola piega sul volto di questi personaggi. Quasi un modo per dire, alla fine, a se stessi che in fondo non è successo nulla che loro non siano in grado di sopportare.
Si arricchisce con questi tre racconti la storia di una Sicilia patria di poeti, viaggiatori e libertini.
L'ebreo non è altro che un poeta che viaggia attraverso la Sicilia per prendere parte ad un cenacolo di poeti: un'isola inaspettatamente colta, in cui la poesia sublima ogni cosa e che porterà poi alla nascita della Scuola poetica siciliana. Diverse ma non dissimili le meraviglie descritte da un arabo diretto alla Mecca: una terra ricca, tollerante ed accogliente, che stupirà a tal punto il viaggiatore, da volerne fissare il ricordo in un diario di viaggio.
L'ultimo racconto si distingue per la fervida immaginazione di un frate che, inventandosi una sua religione, non sa sottrarsi alle insidie della carne.
Il testo che qui presento mi sembra, nel tentativo di definirlo, una miscellanea, oppure
un brogliaccio, un giornale, un diario insomma. Vi compaiono gradevoli brani narrativi e
riflessioni sgorgate dai fatti, ma anche dalle emozioni, dagli stati d’animo e dai frequenti
ricordi che tracciano una riconoscibile linea biografica allineata, invece che cronologicamente,
secondo i suggerimenti del momento, per associazione o per assimilazione. I corsivi
che appaiono spesso costituiscono una specie di controcanto in cui l’io narrante si abbandona
a riflessioni, a meditazioni e a nostalgie. Non manca una raccolta di bozzetti e di aneddoti
che chiariscono la missione quotidiana del medico, fatta di studio, di impegno e di crisi;
quadri di episodi vissuti anche direttamente, popolati di personaggi evocati con sapienza
narrativa. Abbiamo così modo di conoscere la vita dei medici anche dietro le quinte, i reciproci
rapporti professionali e personali. [...]
_____________________________________________(dall'Introduzione di Turi Vasile)
Un volo avventuroso nello spazio letterario, un rischio calcolato nel tempo della ‘Parola’. Il protagonista seduto su Clavilegno, adesso contemporaneo jet personale, pensa in grande come Don Chisciotte e vola basso come Sancio Panza.
Nessuno pilota; Dante, Dedalus e Don Chisciotte le torri di controllo. Il desiderio è una vacanza nell’isola di Nessuno (forse è quella promessa al buon Sancio). Ma il Terminal, all’arrivo, è chiuso.
Fuga da un passato di angosce, paure, contraddizioni, amori trovati e amori perduti per scoprire il presente e il futuro. Una storia tra i favolosi anni Cinquanta e i turbolenti Sessanta che oscilla tra sogno e realtà, mistero e romanticismo, protagonista un giovane la cui visionaria vicenda umana è scandita dagli ultimi “sette giorni” di una naja che l’ha portato lontano dalla Sicilia fino in Alto Adige col contrappunto di drammatici eventi, come la tragedia del Vajont e gli attentati dei terroristi altoatesini, che l’autore racconta con crudezza di linguaggio, senza metafore o eufemismi, avvisando che “ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale”.
Cialoma è l’oscuro canto della mattanza. Nel lavoro della tonnara è la cantilena, selvaggia e devota, di un esercito di tonnaroti, che si affannano nella lotta sanguinaria contro i tonni che gli assicurano una miserevole sopravvivenza. È invocazione del perdono divino per il bagno di sangue sacrificale, ma è insieme la preghiera inascoltata dei “vinti”.
Milazzo, teatro cruento di tonnara, ma anche di una decisiva battaglia risorgimentale, si celebrano su percorsi paralleli gli eventi che porteranno il protagonista, tonnaroto e involontario garibaldino, ad attraversare la Storia con la sua avventurosa e drammatica vicenda umana, lottando per un riscatto che non gli spetterà. L’Italia, la Sicilia, Milazzo; i Borbone, Garibaldi, Vanni; la sopraffazione e la vendetta, la nobiltà ed il popolo milazzese, paradigma universale ricostruito nella forma di un romanzo storico che abbraccia un secolo.
La storia di due giovani: Mohammed, un tunisino che per capriccio intellettuale decide d’imbarcarsi su un gommone di disperati in cerca d’una presunta libertà e finisce a vivacchiare facendo il ‘vu cumprà’ in Sicilia; e Dodo, un diversamente abile abbandonato dai genitori e cresciuto all’ombra del nonno, fascista e violento che lo plagia. La vicenda, che finirà in un’inaspettata tragedia, offre lo spaccato di una ‘piccola’ società, purtroppo assai attuale, assoggettata alla televisione, al consumismo, al preconcetto e all’ignoranza...
1831. La sera del 9 luglio un’isola nuova emerge dal mare. Un’isola di cui nessuna carta nautica riporterà mai le coordinate. Le tre potenze navali che dominano nel Mediterraneo se la contendono, ognuno di quei governi impone persino un nome ad un fenomeno che non ha precedenti a memoria di geografo, in quel tratto di mare tra la Sicilia e l’Africa. Ora i migrantes vi annegano a migliaia. Trenta giorni dopo l’isola scompare [...]
Il testo analizza compiutamente l’interessante personalità del pittore Giuseppe Vanadia, oggi ricordato da pochi, che ha attivamente partecipato alla vita culturale di Messina tra gli anni Cinquanta e i Settanta del Novecento e le cui opere sono custodite nelle principali collezioni pubbliche cittadine e siciliane.
[...] Vasta le sue parole le sa collocare benissimo nello spazio e nel tempo, a volte fino al più impudente, delizioso virtuosismo formale, tale è la sicurezza che egli porta nell’arte di scrivere versi. Un’arte che si sostanzia di una serie di incroci in cui i consapevoli, doverosi omaggi alla grande tradizione poetica siciliana si mescolano con una linea “meridionalista” che inopinatamente ritorna dopo anni di immersione carsica. [...]
È forse questo il sintomo più interessante e vitale del libro, se non altro perché consente a Saverio Vasta ulteriore sviluppo in direzioni per ora imprevedibili. [...] Emilio Isgrò
[...] Ci si muove dentro la mitologia del quotidiano e nel suo paesaggio privilegiato, quello urbano con i suoi esterni, confinanti con il paesaggio naturale, sempre ai limiti di una follia che assedia gli uomini e i loro così detti civili agglomerati. Si tratta, è evidente, di una mitologia polemica nel segno delle felici sorti progressive di leopardiana memoria a partire da quella spontanea vena speculativa dell’autore iscritta in una quotidianità che si serve di tutto e di tutti, che sa recuperare e spremere a suo vantaggio qualsiasi prassi e fantasia per segnalare – appunto attraverso la poesia – la nevrotica rischiosa separazione dalla natura e dal suo nucleo vitale. Paolo Ruffilli
Il centocinquantenario dello sbarco di Garibaldi alla Marina, celebrato il 19 luglio 2010, e le polemiche — poche e garbate, per la verità — che ne sono sorte, hanno fatto nascere in me la curiosità di conoscere — funditus — cosa fosse veramente accaduto a Patti in quei giorni. Mi ero reso conto di conoscere solo la lapide posta sulla facciata di un palazzo dove ero stato da bambino in visita con i miei genitori, null'altro che uno dei soliti, guardati con indifferenza se non con sufficienza, "Garibaldi ha dormito qui". Così è nata questa ricerca, di cui dichiaro la modestia a causa della sicura incompletezza dovuta alla difficoltà di accedere alle fonti, ma che mi ha però consentito, da un lato, di verificare — e di dimostrare — il radicato spirito antiborbonico dei pattesi ed il loro entusiasmo per quei volontari giunti dal resto dell'Italia per liberarli da un regime male accetto e, dall'altro lato, di apprendere di quale tempra fossero questi patrioti, da cui ci distanziano, in verità, non solo meno di cinque generazioni ma un'era di valori perduti. [...]
[...] Le storie qui per la prima volta raccolte in un unico volume, scritte tra il 1998 e il 2010, ci mettono di fronte a vicende spesso grottesche, estrose quanto ironiche, da quelle più serie e sconvolgenti a scene di vita comune stravolte da eventi inimmaginabili, apparentemente normali, che all'improvviso deviano lontanissimi dalla realtà quotidiana, tornando ad essa da strade non tracciate.
Graziano Delorda riesce a sorprendere le aspettative del lettore, giocando con una visione spesso cinica e surreale di certi automatismi, arricchendo di nero umorismo e mistero quelle situazioni che potevano apparire più scontate o banali, forse prevedibili, se non fosse intervenuta la penna dell'autore a modificarne l'esistenza.
Con l’occhio incantato di una candida memoria, la seconda raccolta di ricordi di Maurilio Catalano, adesso legati al mare. Il mare dei suoi ricordi e della sua fanciullezza perenne. E della nostra, se con una spontaneità che a volte commuove, è in grado di far rivedere il ‘fanciullino’ che anche noi abbiamo vissuto, anche senza il mare. Abbiamo detto di lui “figura difficile da definire”. Meno, adesso, se lasciamo che ci conduca, con semplici segni espressivi, nel suo mare di ricordi.
Maurilio Catalano non è navigatore oceanico, né pirata, né mitica figura hemingwayana. Il suo mare si consuma in una domesticità in cui anche noi possiamo riconoscerci. Un mare del Borgo, misterioso e vivo, su cui si specchia a ritrovare disordinatamente i suoi ricordi, ma sulla cui superficie anche noi ci riconosciamo...
Era proprio necessario un altro libro su Palermo? È quello che si chiede l'autore in apertura di questo suo curioso volumetto, a metà strada tra un diario di memorie e una guida — tanto personale quanto parziale — alla scoperta di luoghi e personaggi inconsueti, o semplicemente celati agli sguardi più distratti. La stravaganza affascinante del capoluogo siciliano può rivelarsi inaspettata a bordo di un autobus, lungo il sentiero della movida, intorno al caos domestico di un giovane artista, davanti a un ristorante improvvisato, nel quartier generale di un rigattiere. Una città eccentrica e anticonvenzionale, dentro la città che tutti crediamo di conoscere.
Questi
di Giuseppe Loteta sono racconti brevi. Ma[ ...] quando siete
arrivati in fondo al libro vi chiederete retoricamente come
me: perché di ognuna di queste folgorazioni Loteta
non ne abbia fatto altrettanti romanzi? [...] Uno spreco,
perche i racconti di Loteta sono un concentrato di romanzeria
suscettibile di diventare anche altro.[...] In conclusione;
it romanzo truccato da ‘racconti’ apre una finestra
sulla formazione di una identità: quella dell'autore,
ossia uno di noi. Che autore è Loteta? un ironico,
un introspettivo, un retrospettivo, un funambolo che si infila
nei panni del personaggio in terza persona per parlare di
se? Non vi sono dubbi, questi diciassette racconti di Giuseppe
Loteta sono il suo romanzo di formazione; uscito per tempo
sarebbe stato ancora un romanzo di formazione di una generazione
di Messinesi.[dalla prefazione di Vanni Ronsisvalle]
Guerra
e Pace e Anna Karenina sotto la lente del critico
letterario. Una lente davvero speciale se consentì
al suo autore di produrre un saggio tale da essere definito
«il capolavoro della critica letteraria russa, in grado
di sviscerare l'essenza dell'arte letteraria prescindendo
dal messaggio dell'autore» (D. Mirskij). I romanzi
del conte L. N. Tolstoj è stato qualificato nel
tempo in termini "assoluti", per importanza e valore,
anche da altri grandi interpreti della scrittura; ciò
nonostante la sua fama è stata sempre circoscritta
a cerchie ristrette di lettori e di specialisti, sia in patria
che oltre i confini della Russia. Scritto da Konstantin Leont'ev
nel 1890, poco prima di morire, il saggio rappresenta una
sorta di «testamento letterario rivolto alle generazioni
successive degli scrittori russi», un libro pertanto
ancora oggi attuale e provocante.
Sorprende
non poco, in un momento in cui i giovani sembrano dirigersi
verso ben altri traguardi, l'attenzione e la passione con
cui questa cultrice insegue le memorie della sua comunità
per estrarre da quei ricordi, con rigore scientifico, parole
ed immagini che rappresentano sentimenti e sottolineano momenti
di vita. Un diario di tante brevi storie di normale umanità,
un vissuto raccontato attraverso le parole delle "canzuna",
una lettura che è anche e sopratutto cronaca delle
vicende della gente di queste contrade, nel cuore di Sicilia,
di Capizzi. Una città robusta di orgoglio, uno dei
rari luoghi che, anche per posizione geografica, è
riuscito a conservare integro il proprio patrimonio culturale,
nei tempi di un magico rito che, di anno in anno, non spegne,
ma ravviva la tradizione di questa comunità conosciuta,
nel resto dell'Isola, per la sua particolare fierezza. [dall'introduzione
di Gaetano Rizzo Nervo]
x
Mario
D'Agostino, Presentazione. Enzo e Giovanni Sciacca,
Saluto. Lucio Falcone, N.d.C. Giovanni Joppolo,
Prefazione. Ennio Salvo D'Andria, Il poeta dell'arte
astroabissale. Michele Spadaro, Strane linee.
Maria Volpi Nannipieri, Cominciare. Beniamino Joppolo,
Masino. Alberto Vullo, Più di tutto, un
poeta. Gianni Giuffrè, Il seme lento.
Joseph Donato, «Non ho conosciuto Nato Sciacca».
Salvatore Natoli Sciacca, Un uomo libero.
Tavole
a colori, sculture, disegni e un'appendice di scritti di Nato
Sciacca.
La ricostruzione
storica di un gruppo anarchico siciliano composto da Antonino
Puglisi, Francesco Martino e Leo Giancola, nati a Librizzi,
nei Nebrodi, compagni d’infanzia e di fede politica.
Tutti e tre soldati della Grande Guerra, di ritorno dal fronte,
abbracciarono l’anarchismo e nel 1920 si mobilitarono
contro il fascismo. Leo Giancola nel 1921 emigrò a
New York, dove fece parte della redazione de “l’Adunata
dei refrattari”, e dove conobbe Armando Borghi. Nino
Puglisi, perseguitato dal fascismo, fu mandato al confino
e morì all’ospedale psichiatrico Mandalari di
Messina. Appresa la sua morte, Giancola ricordò il
compagno d’infanzia e di fede nell’ “Adunata
dei refrattari” del marzo 1945. Insieme alla loro storia
viene raccontata quella del fuoriuscitismo anarchico e degli
anarchici siciliani.
C'è,
nell'universo del tempo, una foresta sempreverde e rigogliosa
che, agitata dal vento, si tormenta, dove ogni albero é
una donna e, anche se il vento scuote quegli alberi ad uno
ad uno, non li abbatte, perché hanno radici profonde.
I loro rami sono il grembo della vita e le foglie, vibrando,
raccontano tante piccole grandi storie di donne, guerriere
del tempo o arrese alla loro condizione, di donne che hanno
fatto di sé un esempio, pur non cambiando i pensieri
del mondo. Donne eroine o segnate da una v ita che non fu
mai loro: vittime o testimoni dei loro giorni, consapevoli
o incoscienti del proprio destino, hanno tracciato un disegno
misterioso, affascinante o spietato...
Il successo
di Beniamino Joppolo nel dopoguerra milanese avviene soprattutto
con questi tre romanzi. Joppolo dispone dell’interesse
di una casa editrice importante, quella di Valentino Bompiani,
con la quale pubblica nel 1945 La giostra di Michele Civa
e nel 1949 Un cane ucciso. Questi due romanzi,
con il lavoro teatrale I carabinieri (scritto nel
1945) costituiscono l’asse centrale della sua opera,
che si teorizza, sempre in quegli anni, con l’elaborazione
dell’Abumanesimo. A dar corpo al pensiero abumanista
concorre un piccolo romanzo scritto e pubblicato, con sei
disegni originali di Giuseppe Migneco, nell’immediato
dopoguerra, Tutto a vuoto (Milano, 1945).
Tutta
la nostra vita, la nostra storia si è fondata su un
principio indiscutibile, quello dell’evoluzione dal
peggio al meglio, un principio non dimostrato e perciò
di fatto un dogma, con l’ulteriore aggravante che mentre
quelli religiosi possono trovare riscontro nella dimensione
spirituale dell’uomo, quello del progresso è
del tutto immaginario. Il mito del progresso trascina con
sé quello dell’istruzione “secondo le esigenze
dei tempi”, “all’altezza dei tempi”.
Espressioni che istintivamente non ci sogneremmo mai di porre
in discussione, a tal punto siamo influenzati dagli slogan
che hanno permeato la nostra coscienza e la nostra mentalità.
Eppure basterebbe farsi qualche domanda per minare alla fondamenta
l’edificio...
Siamo
negli anni ‘80, al grido di Vamos a la playa la famiglia
Germanà ritorna in Sicilia stabilendosi nel Villaggio
Pace, un piccolo villaggio di pescatori sulla Riviera Nord
di Messina. Gabriele ha 7 anni, è scarso a botte ma
veloce come una scheggia, ha più giocattoli degli altri
e non sa parlare in dialetto né ballare la break dance
come i più grandi. Tra colorate feste patronali, lo
Stretto sullo sfondo, scemi di paese e ragazzini specializzati
in guai, questa è la storia di come Pace e Gabriele
crebbero assieme. Un irresistibile ritorno ai luoghi più
cari dell'infanzia, un ritmo incalzante che contagia e diverte
pagina dopo pagina.
[...]
per quanto riguarda casa mia, l'esperienza e la tradizione
delle ricette mi deriva da mia nonna, da mia madre, e da tutte
quelle donne egadesi che mi hanno cresciuto insegnato e consigliato.
Il mondo maschile (il nonno, mio padre, mio marito) è
quello della mia fanciullezza e della mia maturità,
di ieri e di oggi, ma sempre delle Egadi, del loro mare e
della loro tonnara. Ma anche degli orti e dei campi, con i
profumi egadesi che in cucina diventano aromi e sapori.
Ho forse badato molto più alle ricette di pesce (e
di tonno, in particolare), che poi condisce paste, piuttosto
che alle carni e ai polli, che nella nostra cucina non mancano.
Amori,
delitti, intrighi: le vicende di una città siciliana
sul finire del ’400, al momento dell'espulsione degli
Ebrei. Una società vivace e piena di personaggi singolari:
c’è l’ereditiera che rinuncia per amore
ai beni paterni; c’è lo spregiudicato capitalista
che si fa battezzare per favorire la sua ascesa sociale; c’è
il medico che nel possesso di una statua antica e di un’avvenente
saracena cerca l’appagamento del suo eros insoddisfatto;
c’è l’inquieta schiava che si illude di
conquistare la libertà con una conversione dell'ultimo
momento...
Vorremmo
poter dire anche noi che "la guerra tra l'Italia del
Nord e l'Italia del Sud non si farà", se Andrea
Genovese non ce l'avesse già raccontata, con una lucidità
che stupisce il lettore di questo romanzo...
Colpisce e sorprende la scrittura ricca, densa, pastosa. Per
chi ne conosce la poesia, i lavori teatrali in francese, e
soprattutto la trilogia romanzesca pubblicata di recente,
solo l'Italietta letteraria europapista può ancora
ignorare che Genovese è uno dei grandi scrittori italiani
del nostro tempo.
In questo
secondo volume sono raccolti i lavori teatrali scritti tra
il 1946 e il 1956:Il secondo diluvio - I tre cavalieri - Andrea Pizzino
- La tana - L'arma segreta - La provvidenza - Irma Lontesi
- Una curiosa famiglia - Il complotto dei soldi - Il seme
è bianco.
Fondata
nel 1977 con interessi prevalentemente indirizzati a rilevare
il mondo delle tradizioni e delle letterature popolari e delle
microstorie locali, la Pungitopo editrice nell'ultimo triennio
ha rivolto la sua attenzione alla cultura nazionale e straniera,
individuando particolari settori d'intervento e metodologia
di ricerca. Le principali collane si pongono come punto di riferimento
nei settori della produzione narrativa, teatrale e saggistica,
tanto isolana quanto italiana ed europea. Con importanti riproposte
di autori e tematiche del passato, sono presenti nel suo catalogo
nomi nuovi ma assai significativi della cultura contemporanea.
®
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